MOLISE SFUSO

Il recupero delle torri
Per le torri è più difficile trovare una nuova funzione. Ciò specialmente quando sono manufatti sì collegati a un castello e però formanti corpi a sé, quando cioè sono tangenti al maniero, il cilindro, stiamo parlando di torri circolari, è ben definito. Quando invece le torri costituiscono protuberanze, più o meno protratte all’esterno della planimetria della struttura castellana, in genere in posizione angolare esse vengono ad essere estensione di uno dei suoi vani, per quanto detto prima quello che sta in un angolo. Tale locale avrà, di conseguenza, una parete curvilinea avendo inglobato la torre. È quanto succede nel castello di Macchiagodena in cui non vi è uno specifico problema di rifunzionalizzazione dello spazio semicurvo nel quale è ricompresa la torre.
Si tratta quella di cui abbiamo parlato di un torrione piuttosto che di una torre, ma nello stesso paese vi è anche una torretta che è attaccata ad un caseggiato sorto sulle mura medioevali; l’insieme torretta, la quale ha una superficie appena sufficiente per ospitare la scaletta che conduce al primo piano e lo stabile collegato di due livelli forma una attrezzatura culturale polivalente, biblioteca e collezione museografica. La più frequente destinazione d’uso attribuita alle piccole torri è stata quella di “stanzino di comodo” come si chiamavano un tempo i WC e molte torrette furono aggiunte ai palazzotti signorili nel XIX secolo, dunque non torri preesistenti bensì sopraggiunte, per creare dei gabinetti in case che prima di quel periodo quando fece la comparsa l’acqua corrente non esistevano.

Fu data a tali minuscoli locali sopravvenuti la sembianza di torri con un richiamo esplicito ai palazzi baronali, un’immagine che nobilitava i possessori del fabbricato. Il passo da opera di servizio a opera ornamentale è stato breve. In età contemporanea vi è una certa varietà di modi di reinterpretare le torri, non solamente a fini utilitaristi. Tra questi si cita, è il primo caso, la riproduzione idealizzata dell’ambiente in cui visse segregata Delicata Civerra alla quota terranea della torre Terzano di Campobasso. Il secondo caso è la trasformazione in studiolo d’artista per la pittrice Elena Ciamarra del piano sommitale della torre del castello di Torella la quale svetta sul resto dell’organismo architettonico, l’unico castello insieme a quello di Carpinone in cui vi sono torri che sopravanzano in altezza le pareti del mastio. Il terzo caso è quello della torre all’interno del castello di Vastogirardi, poligonale una configurazione geometrica che è un’autentica eccezione nel panorama delle costruzioni turriformi molisane, adattata a cellula abitativa; il riconoscimento del cambio d’uso è reso possibile dal decreto Salvacasa. La torre “abitabile” ha un precedente nella torre di Casalvatico di Cercemaggiore la quale è un’utile pietra di paragone per diversi aspetti. Uno è il fatto che quest’ultima presenta più vani di un’unica abitazione, uno per piano,
contro l’unità immobiliare che si sviluppa al piano terraneo del castello del centro altomolisano la quale consta di un solo locale. Il secondo è che essa è quadrangolare, quindi un poligono e ciò la accomuna a quella di Vastogirardi in cui, però, è maggiore il numero di lati, e la distingue dalla gran quantità delle torri della regione che sono cilindriche. Il terzo è che nella frazione di Cercemaggiore la torre sta isolata, non attigua ad un volume architettonico. Il quarto è che mentre a Vastogirardi la torre ha assunto una funzione residenziale in seguito, non cioè al momento della sua edificazione a Caselvatico essa è sorta proprio come casa-torre. Lasciando questa numerazione e riprendendo la precedente dal numero in cui ci eravamo fermati vediamo il quarto caso che è quello della “torretta saracena” al confine tra Termoli e Petacciato sulla linea di costa diventata un ristorante; un impiego dell’opera che rischia di far perdere ad essa se non la propria dignità la propria identità, da corpo di fabbrica di carattere militare a artefatto destinato al diletto. Il quinto caso è quello delle torrette in cui sono state ricavate scale a chiocciola, una combinazione ben riuscita tanto che anche i diversi fabbricati attuali tali tipi di scale vengono racchiusi in torricelle; un esempio si ha anche nell’800


nel casino Selvaggi posto nella piana di S. Massimo. Da tutto quanto sopra esposto non si deve, comunque, dedurre che le torri abbiano una notevole versatilità in quanto a ipotesi di rivitalizzazione. Non c’è niente tra le testimonianze delle ere antiche di più irriducibile alle esigenze funzionali della contemporaneità. Si tratta quelli elencati di episodi singolari, di soluzioni di riattamento originali, non riproducibili in serie, ogni torre è un caso, i casi descritti, a sé, molto dipende dal contesto in cui sono inserite. C’è una resistenza intrinseca in una torre alla possibilità di alloggiamento nella sua cavità di attività moderne. Antichità versus modernità. Non è, poi, detto che le torri debbano essere necessariamente cave, ve ne sono tante che sono piene e ciò lo si rileva riscontrando sulla sua superficie di inviluppo l’assenza di aperture aeroilluminanti senza le quali non ci si può vivere dentro e anche di feritoie come quando le torri vengono a costituire corpi di guardia. Le antesignane illustri qui da noi di torri di quest’ultimo tipo sono quelle di Altilia che sono prive di bucature.
Il difficile recupero delle torri
Il riuso è difficile per le torri, alcune venivano adibite a stanzucce “di comodo”, anticipatrici dei WC, ma anche per i castelli nei quali esse sono ricomprese. A questo proposito vale notare che le torri sono più numerose dei castelli poiché ognuno di questi ne ha in genere più di una, sempre posta in un angolo della sua cortina muraria, esempi di ciò si trovano a Bonefro e Torella tra gli altri; col tempo vista la loro inadattabilità agli usi moderni tantissime sono scomparse sia se attaccate a fortilizi sia a fortificazioni urbiche sia a palazzi signorili come nel caso del palazzo Gioia a S. Massimo. In definitiva, la torre soffre in quanto membro costituente dei problemi del castello e nello stesso tempo di problemi suoi propri.
Procediamo ora ad osservare talune differenti destinazioni funzionali attribuite ai castelli, altrimenti immobili “inutili”, l’inutilità considerata un fattore che induce all’abbandono e, quindi, di lì a poco al degrado del bene culturale. È ciò che devono aver pensato gli amministratori comunali di Tufara quando decisero di impiantare sopra la imponente rocca longobarda il municipio, progetto evidentemente bocciato dal ministero per i beni culturali. Il castello Monforte di Campobasso ha trovato una rinnovata ragion d’essere dopo la Grande Guerra ospitando il Sacrario Militare, un luogo di grande, per l'appunto, sacralità, beninteso laico, dove si custodiscono le spoglie dei soldati morti per la patria.

A dire la verità al maniero del Conte Cola anche prima era riconosciuto un valore notevole per le sue caratteristiche architettoniche al quale ora se ne aggiunge un altro di tipo celebrativo legato alle glorie patrie o, se si vuole, di concentrazione della memoria comune. Il castello predetto, i suoi sotterranei, le sue segrete, per molto tempo è stato usato come carcere, utilizzo non inconsueto per le rocche, a Trivento è avvenuto lo stesso. Nella struttura castellana triventina tale forma di impiego è stata sostituita con quella, strano da dirsi e, però, vero, da quella di lanificio con una parte delle fasi lavorative che si svolgeva nel grande cortile centrale, opportunamente coperto mediante elementi in vetrocemento che consentono l’illuminazione naturale della corte sottostante, niente di più fantasioso. Adesso qui vi è un ristorante il quale oltre che per questo aspetto, pure per la cucina è caratteristico. Similmente è successo nel castello di Gambatesa dove una superficie piana trasparente ha trasformato, è bastato un attimo, un ambiente esterno e perciò uno spazio aperto, a cielo aperto in uno interno e perciò chiuso. Si tratta della scala di collegamento tra i vari piani che prima stava fuori e dopo dentro. Il pozzo di luce delle rampe è stato coperto attraverso un tettuccio fatto da una lastra vetrata il quale serve, evidentemente, anche a proteggere dalle intemperie.
Il castello di Gambatesa con le sale splendidamente affrescate è un po’ il museo di sé stesso. Un altro dei castelli di proprietà statale molisani, quello di Venafro, è diventato museo nazionale e ciò ha, di certo, un senso, non potendo, comunque, essere questo il destino di tutto il patrimonio castellano, sia in possesso dello Stato sia dei Comuni o in mano ai privati. Per quanto riguarda questi ultimi è da dire che le famiglie del ceto dei “galantuomini” in gran numero acquistarono al momento dell’eversione del feudalesimo i manieri feudali che evolvettero in molti casi in comode residenze signorili il che è stato garanzia di continuità di vita. Problematico è, invece, il destino della più antica tipologia castellana rinvenibile nel Molise per la quale la nostra regione insieme all’Abruzzo vanta la primazia a livello nazionale che è quella del castello-recinto; il castello di Pesche ne è un prototipo. Mancando essi di volumi, cioè di pieni, sono essenzialmente dei vuoti, è difficile immaginare il riutilizzo a meno di volerli adibire a sede di esposizioni en plein air. Di fronte all’entità delle difficoltà connesse alla conservazione degli apparati costruttivi dei castelli vanno in secondo piano, seppure anch’esse abbiano un rilievo, giustappunto, rilevante, le questioni riguardanti il tema dei dettagli dell’azione di restauro, è quasi pleonastico. Tra di essi se ne segnalano due, pressoché l’uno in contrasto con l’altro. Il primo è quello della merlatura giustapposta al castello Pignatelli di Monteroduni nel secolo scorso, una aggiunta dunque, ritenendo così di riprodurre un elemento che doveva pur esserci al fine di restituire all’immobile le sembianze di un fortilizio medioevale.


Il secondo, che batte sul medesimo tasto ma all’incontrario, concerne l’eliminazione di un differente, rispetto ai merli, accorgimento difensivo, i beccatelli pur’essi delle aggiunte novecentesche. Tale intervento venne proposto dal prof. Luigi Marino eminente studioso del campo e, però, “bocciato” dalla Regione che ne ha impedito la rimozione giudicandoli, nonostante siano manufatti in cemento armato, ormai “oggetti” radicati nell’immaginario collettivo. Riassumendo, siamo partiti dal particolare, le torri, e passati al generale, i castelli dei quali sono su per giù delle appendici, per poi dal generale scendere ad un diverso tipo di particolare, le finiture architettoniche, questo è quanto.
Le mura simbolo di una comunità urbana
difficili da rappresentare nelle insegne civiche
Nel tempo si è avuta una riconsiderazione dei valori culturali, non sono qualcosa data per sempre, con una rivalutazione di beni prima considerati minori, un allargamento del “recinto” di ciò che è incluso nel patrimonio storico che riguarderà, man mano, mulini, ponti, opifici, abbeveratoi, ecc.; rimanendo (ancora una ri-, è la quarta) nel campo degli insediamenti abitativi si passa dall’attenzione esclusiva sui castelli e sulle chiese anche ad altre componenti dell’organismo urbanistico. Le murazioni non erano ritenute (di nuovo ri-) in possesso di valenza simbolica, magari le torri che ne sono a corredo si, per cui quando la città di Campobasso si emancipa uscendo dal feudalesimo, adotta come stemma l’immagine delle sue sei torri senza che compaia nell’emblema alcun rimando alla cinta muraria che pur le tiene insieme ovvero nonostante ne siano parte integrante.
Non avrebbe proprio potuto, essendosi appena svincolata dal regime feudale, inserire nello scudo araldico il castello. È un processo di ampliamento degli “oggetti”, “cose” direbbe la legge vigente in materia di salvaguardia, giudicati in grado di rappresentare l’identità cittadina, che si ferma prima di arrivare alle murazioni oppure espungendo da queste le torri; poiché ad ogni porta, in quanto varco, punto debole della cintura difensiva, si deve associare una torre, punto forte, a presidio, allora le torri del vessillo civico potrebbero voler rappresentare le porte alle quali sono associate, appunto sei, piuttosto che le mura. Del resto la considerazione in cui la comunità campobassana tiene le torri, di certo quelle superstiti, ne mancano all’appello due, è in epoca post-medioevale ben superiore a quella che rivolge alle mura, le prime si sono salvate le seconde sono state trasformate in abitazioni. Le porte, in definitiva, sono viste quali episodi isolati, per certi versi indipendenti dalla cerchia urbica.

Ad ogni modo sarebbe stato difficile rappresentare graficamente le mura in una insegna, non c’è mezzo per sintetizzare nel disegno una cortina fortificata a meno di volerne stralciare un brano. Restando, rimanendo (re- e ri- sono suffissi simili) nel capoluogo regionale, poi la cintura muraria non ha una forma fisica uguale per l’intero suo svolgimento, a tratti addirittura scompare ed è quanto è accaduto nel versante sud-est della Collina Monforte. Qui in vecchie voto si vedeva una muraglia, un muro di fattura grossolana (l’immagine fotografica non è tanto nitida), che chiudeva da questo lato l’ambito urbano, scomparsa a seguito dei lavori di forestazione eseguiti diversi decenni orsono. Di questa rimangono lacerti di tre torrette che la punteggiavano. Nei quadranti nord-ovest e sud della Collina non si rintraccia (ri-) l’esistenza di, appunto, tracce di mura, l’inespugnabilità della città è affidata alla morfologia acclive del terreno e questa è una situazione ricorrente (ri-) in tantissime entità insediative molisane le quali in stragrande maggioranza stanno in altura. Poiché le difese in tali casi non sono formate da manufatti antropici, non sarebbe per niente appropriato che vengano assunte quale simbolo della civitas, non sono opere della cittadinanza. Neanche sarebbe consono il raffigurare nell’emblema comunale, pur essendo “segni” di mano umana le strutture in cemento armato a protezione del costone, quindi sottostanti alle mura che soppiantano nella visione da distanza, su cui sorge quel paese sia perché di età contemporanea sia perché artefatti strettamente funzionali, senza pretese estetiche.
Pur tuttavia hanno una loro ricercatezza formale gli arconi che sostengono una porzione di Civitacampomarano realizzati dal Genio Civile nel dopoguerra, a quattro file sovrapposte. In effetti, sono dei contrafforti collegati fra loro, in cima, da tali archi mediante voltine con uno spessore adeguato al ruolo di sostegno che sono chiamati a svolgere. Ciò viene a determinare una successione di “pieni”, i predetti contrafforti, e di “vuoti”, gli spazi incassati delimitati dagli spessi contrafforti. Si produce così un effetto di luce, i contrafforti sono in piena luce, e ombra, le zone interposte ad una certa, seppur minima, profondità. È bene specificarlo che per contrafforte va inteso il sistema pilastro più arco ovvero l’insieme strutturale che risulta rilevato rispetto alla parete naturale. Il limite dell’abitato è “segnato” da tali arcate ben visibili da lontano, una immagine non consueta, differente da quella solita dei margini di un centro tradizionale.


La sequenza di archeggiature in orizzontale e in verticale produce, dunque, un effetto plastico ritmato che crea chiaroscuri. Ritornando (ri-) alle mura si riscontra una loro diversa conformazione ad Isernia, una eccentricità differente da quella descritta prima. Il nucleo antico del capoluogo pentro, la sua fascia periferica poggia su una murazione di epoca italica fatta di grossi blocchi quadrangolari di travertino accostati l’un l’altro. Dei brevi pezzi sono visibili lungo le vie Occidentale e Orientale tangenti al borgo. Occorre precisare che non è dato avere altre situazioni simili nella nostra regione perché gli Italici non costruirono città, bensì villaggi, non si conosceva ancora il concetto di polis che importeranno successivamente dalla Magnagrecia, Aesernia è un unicum.
I tipi di danni nei borghi antichi
Elenchiamo di seguito, con atteggiamento simile a quello dei periti che valutano gli infortuni i quali nel nostro caso sono quelli che accadono al patrimonio culturale, alcune tipologie di alterazioni che si riscontrano nei centri storici molisani. Le parole chiave per descrivere i tipi di danno rilevabili nelle zone di origine medievale sono: sventramento, diradamento, superfetazione, sopraelevazione, sostituzione edilizia, inserimento di nuovi volumi, demolizione, vuoto urbano, lacuna. Procediamo avvertendo che non seguiremo un ordine preciso. Sventramento è il termine che si addice all’operazione di rimozione della torre angioina che troneggiava al centro del paese di Sepino ancora nel XIX secolo per ricavare al suo posto in quel sito una piazza, azione simile a quella compiuta nel medesimo periodo a S. Massimo di abbattimento delle case che fronteggiavano la chiesa-madre per fare nel loro sedime uno slargo.
Passando dalle piazze alle strade si può chiamare sventramento, non siamo in area urbana bensì periurbana, la soppressione della fascia di orti terrazzata posta al limitare dell’abitato e in stretta connessione con esso per far spazio al passaggio della strada provinciale, siamo a Civitanova; è lo sventramento di un paesaggio. A Pescolanciano è ancora la provinciale a sventrare una parte dell’intorno del borgo antico, non il borgo lo si ripete bensì un pezzo del suo contorno, con l’edificato che viene a trovarsi, il suo livello basamentale, al di sotto della quota di tale nuova arteria la quale fu costretta per ragioni di livelletta a rialzarsi per un tratto rispetto al piano originario; uno sventramento per così dire di striscio non per questo, però, meno doloroso. L’inserimento di fabbricati contemporanei nei centri storici è un tema assai dibattuto sia in relazione ai connotati architettonici dell’edificio sia in riguardo all’ammissibilità o meno della decisione di procedere a effettuare questi inserti.

Fu data a tali minuscoli locali sopravvenuti la sembianza di torri con un richiamo esplicito ai palazzi baronali, un’immagine che nobilitava i possessori del fabbricato. Il passo da opera di servizio a opera ornamentale è stato breve. In età contemporanea vi è una certa varietà di modi di reinterpretare le torri, non solamente a fini utilitaristi. Tra questi si cita, è il primo caso, la riproduzione idealizzata dell’ambiente in cui visse segregata Delicata Civerra alla quota terranea della torre Terzano di Campobasso. Il secondo caso è la trasformazione in studiolo d’artista per la pittrice Elena Ciamarra del piano sommitale della torre del castello di Torella la quale svetta sul resto dell’organismo architettonico, l’unico castello insieme a quello di Carpinone in cui vi sono torri che sopravanzano in altezza le pareti del mastio. Il terzo caso è quello della torre all’interno del castello di Vastogirardi, poligonale una configurazione geometrica che è un’autentica eccezione nel panorama delle costruzioni turriformi molisane, adattata a cellula abitativa; il riconoscimento del cambio d’uso è reso possibile dal decreto Salvacasa. La torre “abitabile” ha un precedente nella torre di Casalvatico di Cercemaggiore la quale è un’utile pietra di paragone per diversi aspetti. Uno è il fatto che quest’ultima presenta più vani di un’unica abitazione, uno per piano,
Un caso eclatante è la scuola di via Pietro Micca ad Agnone che è stata costruita mezzo secolo fa proprio nel cuore della parte storica della città, autentica città d’arte, a due passi dalla bellissima chiesa di S. Francesco. La sua forma deriva direttamente dalle indicazioni contenute nelle istruzioni ministeriali in materia di edilizia scolastica che non permettono alcun tentativo di “ambientazione”, cioè di riproporre caratteri del costruito tradizionale. Rimaniamo nella “capitale” dell’Alto Molise per trattare di un altro degli argomenti preannunciati che è la sostituzione edilizia. Nell’adeguamento del Palazzo Tirone a sede della Comunità Montana è stato previsto l’affidamento quale struttura portante della sala consiliare a un telaio in cemento armato affiancato alla muratura esistente e così è successo, anche con interventi più radicali, per diversi immobili del comprensorio altomolisano con i fondi per la ricostruzione ex sisma 1984. Rifacimenti completi di epoca recente, la categoria dei lavori è sempre la sostituzione edilizia, previo abbattimento dell’esistente sono, ma siamo fuori del centro storico anche se si è al cospetto di manufatti di interesse storico, quelli dell’ex SAM o ex ENEL che dir si voglia che da rimessa mezzi è diventata supermercato, della Taverna del Cortile per la quale non è contemplato il cambio di destinazione d’uso e, soprattutto, della ex GIL la quale ha subito una profonda rivisitazione delle funzioni, tutti e tre a Campobasso e dintorni.


Visto che ci troviamo nel capoluogo regionale ci restiamo ancora un po' in quanto il suo centro storico ci dà modo di introdurre la questione delle “lacune”. Sono da intendersi tali oltre che quelle fisiche, i veri e propri buchi nella massa edificata, quelle funzionali, lo stabile che ha ospitato l’Archivio di Stato il quale ora versa in uno stato di assoluta fatiscenza. La differenza tra lacune e vuoti, urbani, sta nelle dimensioni della superficie in cui non c’è nulla, nei secondi essa è molto più estesa. Un vuoto era l’attuale piazza di Busso adiacente al centro storico che si sviluppò lì dove un tempo c’era un’aia comune; uno spazio che non è più utilizzato per la trebbiatura, il quale invece di essere riempito da volumi è stato dotato di elementi di arredo urbano per farne un luogo di incontro. Anche a Campodipietra c’era un vuoto al centro del paese, una sorta di corte in comune tra le schiere edilizie che lo cingevano da ogni lato, una sorta di retro di queste cortine architettoniche, non visibile dalla viabilità circostante: togliendo un tassello di questa cintura di fabbricati, un corpo di fabbrica basso adibito a deposito posto di fronte alla parrocchiale il cui ingombro non consentiva di ammirare con agio la sua stupenda facciata, è venuto alla luce questa particella vuota che si presta a diventare lo slargo della chiesa. Rimangono da vedere le superfetazioni le quali non necessariamente sono oggetti sgradevoli, prendi la sequenza ininterrotta di bagni pensili in una via secondaria di Baranello, davvero caratteristica, e le sopraelevazioni che non è detto che per forza debbano essere eliminate, di sicuro non l’aggiunta volumetrica che si sovrapponeva alla chiesa di S. Mercurio a Campobasso la quale andava conservata, non tolta poiché segno storico. Incidentalmente si fa notare che un braccio dell’episcopio di Boiano non si pone sopra la chiesa di S. Erasmo bensì dentro, alla stregua di un soppalco. Una fattispecie di danneggiamento nel Molise non c’è ed è il diradamento, neanche a Termoli è venuto in mente di allargare il vicolo più stretto d’Italia tagliando delle fette degli immobili che lo delimitano.

PENSILINE NEL PAESAGGIO
La pensilina è un oggetto che non è oggetto di progettazione architettonica, bensì preformato come lo sono una vasta categoria di cose: dai lampioni per l’illuminazione alle pale eoliche, dalle cabine spogliatoio negli stabilimenti balneari ai bagni autopulenti installati, ad esempio, nella fiera del Corpus Domini a Campobasso fino ai recenti cassoni per la raccolta differenziata. Nell’elenco non si è inserita la cabina di trasformazione “secondaria” dell’Enel perché vi sono stati casi qui da noi, vedi quella in mattoni a Baranello, paese con una tradizione importante nel campo dei laterizi, la quale ha sul fronte una lunetta tripartita, in cui essa risulta frutto di un progetto specifico, non è cioè standardizzata. Le Corbusier diceva che l’ideazione di
qualsivoglia prodotto, appunto dal cucchiaio al grattacielo, richiede l’apporto dell’architetto. Per le entità ripetibili, soggette a produzione industriale, il progettista, o meglio il designer, interviene nella definizione della matrice dello stampo, oggi stampa in 3D, ed esse sono generalmente da collocarsi al chiuso, per altre, quelle da posizionarsi all’aperto, il tecnico deve confrontarsi con le caratteristiche del sito, adattando ad esso, volta per volta, la forma della realizzazione. Sinteticamente il design è per l’interno e l’architettura è per l’esterno. Il territorio molisano è ovunque di elevato interesse paesaggistico per cui un tema di grande rilievo è l’inserimento ambientale dei manufatti. Occorre, dunque, garantire la coerenza con il
paesaggio circostante delle pensiline. Dalla tradizione costruttiva non si possono trarre esempi ispiratori. Di certo, non vi erano corpi di fabbrica chiamati ad assolvere a compiti analoghi a quelli delle pensiline. È cambiato totalmente, oltre che assai accresciuto, il sistema di mobilità ed è aumentata la quota del trasporto collettivo. Quest’ultimo prevede, se guardiamo a quello su gomma e ai piccoli centri i quali sono privi di terminal bus, la raccolta su strada dei viaggiatori: di qui il fabbisogno inedito di pensiline a protezione degli utenti in attesa. Una via per perseguire la conformità di un fabbricato con l’ambiente è l’utilizzo dei materiali del posto o, perlomeno, impiegati nel patrimonio edilizio storicizzato.

Essi sono la pietra e il mattone, ma li si scarta a priori poiché essi sono deputati a costruzioni durature, non ad artefatti che devono essere potenzialmente spostabili, movibili per assecondare i mutamenti delle linee delle autolinee. Quelle relativamente stabili sono le pensiline che a mo’ di gazebo compaiono nei parchi pubblici per l’ombreggiamento delle persone sedute a riposare sulle panchine, sempre che l’area non sia alberata, le quali sono pensate unitariamente allo spazio verde di cui sono a servizio. Solo il legname tra le materie in uso nel passato fa eccezione e sarebbe raccomandabile per le pensiline lungo le arterie che corrono nei boschi, mimetizzandole con le piante se non fosse che il legno che è opaco cozza con un imprescindibile requisito prestazionale che le pensiline devono possedere, quello della trasparenza.
È fuor di dubbio che l’essere trasparente riduce l’incidenza visiva della struttura nei quadri panoramici e ciò compensa l’estraneità alle tecniche edificatorie di un tempo e nello stesso tempo l’essere l’involucro della pensilina trapassabile visivamente, dall’interno all’esterno, consente il pronto avvistamento dell’arrivo del pullman da chi sta nella pensilina, e, dall’esterno verso l’interno, permette un controllo sociale attraverso la vista di ciò che accade nella pensilina, una garanzia contro le molestie, evitando che si ingeneri uno stato d’ansia in chi vi staziona. Il contorno della pensilina è, pertanto, fatto da lastre in plexiglass o in vetro satinato il che, si aggiunge, conferisce leggerezza al manufatto che non significa, comunque, scarsa resistenza agli agenti atmosferici.
Le pensiline hanno bisogno oltre che della scontata copertura pure di pareti laterali per la protezione dal freddo, è un semiguscio, dalla neve e dalla pioggia, ambedue ventati, dal sole e dal vento quale fattore climatico a sé stante. Le pensiline possono essere formate da un’unica scocca oppure da un telaio, in genere di esile profilo, in stile, per così dire, minimalista architettonicamente parlando. Sono presenti diverse varianti della pensilina, in base al numero di individui che sono in grado di ospitare, alla dotazione o meno di sedili, di angoli per il deposito dei bagagli “a mano”, di posti, questi indispensabili, per accogliere passeggini e sedie a rotelle, per i quali occorre l’altrettanto indispensabile adeguamento alle norme sull’accessibilità del parco autovetture.
Affiancata o inserita nel volume della pensilina vi è la tabella con gli orari di partenza e di arrivo delle corse, così come sull’estradosso trovano posto, evitando comunque di provocare oscuramento dell’abitacolo, cartelloni pubblicitari. Il tettuccio, se non deve fungere da piano di appoggio di pannelli fotovoltaici nel qual caso è inclinato, è curvo, curvilineità ammessa per la copertura e, però, mai nella sezione orizzontale, le pensiline in planimetria sono costantemente rettangolari. Eppure una pensilina planimetricamente curvilinea, magari solo leggermente incurvata, costituirebbe un “segno” non banale, se non attraente. Per poter immaginare soluzioni innovative come quella della curvatura in pianta, esercitare la creatività anche in questo settore occorre optare per la lavorazione su misura al posto della prefabbricazione. Quale margine di libertà di scelta l’industria lascia solamente la facoltà di incremento dei moduli base consentendo l’accrescimento della dimensione delle pensiline in lunghezza (l’estensione in larghezza della pensilina porterebbe ad una sua configurazione quale tettoia ed è ciò che avviene nei termina bus di Termoli e Campobasso).

I NOMI DELLE BORGATE COINCIDONO CON I NOMI DELLE FAMIGLIE
Guardiamo cosa succede a S. Massimo, ma una situazione simile la ritroviamo anche in quasi tutti gli altri piccoli centri alle falde del Matese. Osservando da valle la distribuzione delle costruzioni rurali si nota una progressiva rarefazione delle stesse man mano che si sale in alto. In basso stanno le principali borgate, le 2 Canoniche, le Vicenne, S. Felice e i Grondari. Sulle prime pendici del monte si sviluppano le Cipolle un insediamento lineare in salita che, non supera la quota su cui si erge il paese, paese alla stessa quota ma distante in linea d’aria; la stessa cosa fa la frazione Monte S. Angelo che ha una evoluzione, su una dorsale inclinata, simile, anche se la continuità dell’edificato è minore a quella della Cipolla al quale annucleamento è parallelo. Oltrepassato il borgo i corpi di fabbrica diventano sparuti, in ordine sparso vi sono minimi aggregati edilizi, da un lato, del Pisciariello e dall’altro lato, dei Fiorilli e, poi, del Raffio il quale chiude la serie delle presenze insediative nell’agro, più su non c’è niente.
La predetta successione dei popolamenti extraurbani insediamenti sempre più minuscoli, segue quella delle colture agrarie che spariscono una volta che si è raggiunta la Pincera, località alla medesima attitudine del Raffio, la quale la si indica perché posta lungo la strada provinciale per Campitello e, quindi, ben identificabile, un punto certo. Di lì in poi l’agricoltura lascia il posto al bosco, prima, e, dopo, al pascolo. Ritornando ai nuclei abitativi agresti è interessante notare che la gran parte portano il nome di famiglie del posto e così abbiamo i Farrace, “di sopra” e “di sotto”, coincidenti con le due Canoniche citate, rispettivamente “superiore” e “inferiore”, i Tortorelli e i Micone che insieme formano le Cipolle già dette, i Fiorilli, anch’essi nominati in precedenza, gli Amici, il cognome esistente è D’Amico, che nella toponomastica ufficiale si chiamano Vicenne, si è menzionata prima, i Paoli, cognome invece sparito, che “all’anagrafe” si denomina S. Felice, i Grosso, ufficialmente Grondari, richiamato sopra e, infine, i Selvaggi.

Questa corrispondenza tra nome del luogo e nome del nucleo famigliare è rivelatrice del fenomeno verificatosi agli inizi del XIX secolo ovvero alla fine del feudalesimo della colonizzazione a seguito della spartizione delle terre feudali da parte di persone consanguinee di alcuni pezzi dell’agro, in gruppo non individualmente. Del resto sarebbe stata difficile la “conquista” di zone a tratti boscose per trasformarle, disboscandole, in campi da arare a opera di singoli. Di tale stato delle cose se ne lamenta il coevo Vincenzo Cuoco temendo che il dissodamento possa provocare per via del taglio delle piante l’innesco di frane, ma a discolpa vi è il fatto che la grande crescita demografica registrata nel nostro continente in quel periodo impose per soddisfare l’aumentato fabbisogno alimentare l’incremento di terre da coltivare. Un inciso: che siamo a non oltre 2 secoli fa, quindi non tanto tempo fa, è dimostrato dall’attribuzione alle contrade dei nomi coincidenti con i cognomi, non è un gioco di parole, di famiglie sanmassimesi tuttora presenti in loco. Il concentrarsi dei coltivatori, di solito parenti fra loro, nei descritti raggruppamenti abitativi permette di procedere congiuntamente a “scassare” il terreno per ricondurlo a coltura e ciò, il lavoro comunitario, ci fa riflettere sul fatto che si trattava di un’economia agraria in cui era assente la competitività.
Nel settore economico cosiddetto Primario la concorrenza non esiste, almeno ad una certa scala, quella delle aziende di taglia ridotta. Le unità aziendali di dimensioni contenute non sono portate a rivaleggiare fra loro, i prezzi dei prodotti agricoli esposti sui banchi di un mercato urbano come potrebbe esserlo il Mercato Coperto di Campobasso di solito sono uniformi, si reclama la bontà della merce, sovente a voce alta, ma il costo per segmento merceologico è uguale. Tale tendenza a non porsi in gara con gli altri produttori dell’identico bene deriva da un modo di sentire ancestrale che concepisce il frutto del lavoro della terra finalizzato all’autoconsumo, solo in seconda battuta al commercio. Ad ogni modo, occorre superare l’incapacità a cooperare attestata dai tanti tentativi falliti qui da noi di fondare cooperative, non basta che non vi sia una contesa fra gli operatori del ramo per quanto riguarda la vendita. Pur con l’annotazione formulata ora si è propensi ad immaginare che possano avere successo progetti a livello di territorio piuttosto che di impresa agricola una per una.


A differenza che nel campo industriale in cui le varie marche, mettiamo di dentifricio, si sfidano a colpi di campagne pubblicitarie per accaparrarsi il maggior numero di consumatori, in quello agricolo si promuove il prodotto unitariamente attraverso le DOP, DOC, IGT. Alle fiere campionarie dove si presentano gli artefatti fabbricati dalle industrie si contrappongono manifestazioni come ad esempio Cantine Aperte le quali tendono a valorizzare le attività del comparto enologico di un distretto. Si spera che la recente istituzione del Parco del Matese in cui ricade S. Massimo spinga alla creazione per i latticini di un brand unitario associato a questa notevole emergenza ambientale, tenendo conto che il latte, teoricamente, viene dalle vacche che in alpeggio brucano nei pascoli montani.
IL PENDOLARISMO NEI PICCOLI COMUNI

La crisi dei borghi è in effetti una crisi di sistema. Il sistema è il sistema territoriale costituito, in quasi ogni comprensorio regionale, da un centro di una certa consistenza demografica cui fanno riferimento per una molteplicità di servizi, commerciali, scolastici, terziari in genere, i comuni che vi stanno intorno, una sorta di entità satelliti.
Per l’alto Molise il polo che eroga tali prestazioni, diciamo così, di tipo direzionale è Agnone, per il medio Trigno è Trivento, per l’area del Fortore molisano è Riccia, per l’ambito matesino è Boiano e così via. La perdita di funzioni che ha colpito queste cittadine intermedie tra paese e città (le uniche città nel Molise sono i due capoluoghi di provincia e Termoli) con la soppressione di alcuni istituti di istruzione superiore (a Larino non c’è più il liceo classico), la chiusura, da molto tempo, delle Preture, l’eliminazione, da poco tempo, delle Comunità Montane, per citarne alcune, nell’indebolire la struttura socioeconomica dei comuni in cui erano insediate provocano a catena la riduzione delle opportunità di servizi per gli abitanti dei paesi circostanti ad essi; ne diciamo una, viene impedito di poter usufruire di scuole secondarie nelle vicinanze di casa. Oltre al peggioramento
della situazione di contesto giocano negativamente nel decadimento dei borghi anche la fine dell’artigianato, resiste solo la fabbricazione dei coltelli di Frosolone, e il declino delle attività agricole, zootecniche e forestali, cioè di tutto il comparto primario delle cosiddette aree interne. Le conseguenze sono una vistosa diminuzione degli occupati che ha portato progressivamente, i flussi migratori più consistenti si sono avuti negli scorsi anni ’60-’70, insieme alla carenza di attrezzature civili di cui si è detto, ai minimi termini la popolazione, non solo la degli “attivi”, che li vive. Il numero di abitazioni rimaste vuote è altissimo e non si riescono a individuare soluzioni valide per riempirle nuovamente, cioè per il ripopolamento. Le proposte formulate dai Sindaci sono molteplici, quella maggiormente ricorrente è la vendita di case a 1 euro.
Si tratta di una cifra simbolica che è poco più che uno slogan, addirittura potrebbe apparire come una soluzione liquidatoria. Il problema della rivitalizzazione dei borghi non ammette ricette semplificate. Aver avuto in regalo un edificio che è collocato, mettiamo, in un vicolo ormai deserto a fianco di fabbricati fatiscenti non invoglia, di certo, a trasferirsi in quel comune. Occorrono, piuttosto, progetti di rigenerazione urbana con la configurazione di offerte abitative aderenti ai nuovi modi di vita e diversificate in base alle varie tipologie familiari e sociali e con alloggi dalle prestazioni energetiche elevate, meglio se facenti parte di Comunità Energetiche. Solamente una visione “futurista” potrà salvare gli agglomerati “tradizionalisti”.Non è futuribile bensì attuale la prospettiva occupazionale derivante dalla introduzione dello smart working come modalità di lavoro sostituendo la scrivania dell’ufficio con quella casalinga.

Così i borghi potranno diventare attrattivi per i giovani i quali sono disposti al cambiamento non solo per una questione generazionale ma perché sono cresciuti quando la comunità era ormai in corso di abbandono, senza nostalgia perciò per il mondo tradizionale che non hanno mai vissuto e perciò sono disponibili a reinventare il proprio paese. Parliamo adesso di un problema specifico della vita quotidiana di tanti che vivono nei paesi che è quello del pendolarismo casa-lavoro, dello spostamento giornaliero dei lavoratori residenti nei comuni delle “aree interne”, i centri minori, verso le sedi delle attività produttive o degli enti in cui sono impiegati, in genere collocate nei centri maggiori. Si ritiene sia una tematica, o meglio una problematica decisiva la cui risoluzione-attenzione, non si è detto abolizione – potrebbe favorire la permanenza nei posti di origine di molte famiglie.
Risoluzione, lo si ripete, che qui non si intende come eliminazione ma come miglioramento delle condizioni di trasporto. Non è, in definitiva, un obiettivo minimo piuttosto un obiettivo concreto. Per diverse persone, una quota magari non maggioritaria del totale, l’essere pendolare viene sentito più che come un problema una opportunità utilizzando la nota espressione vichiana, non, di certo, quelli che sono costretti ad usare l’auto privata per raggiungere i luoghi di lavoro, non essendo questi serviti da mezzi pubblici perché non localizzati in Zone Industriali o all’interno di agglomerati abitativi, cioè le aziende del terziario. Troppo stress per la guida e troppi costi dover usare la propria automobile. Anche per evitare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico questa tipologia di pendolarismo dovrebbe scomparire, c’è poco da migliorare.

Tutt’altro discorso per chi viaggia in treno o in autobus: la distanza, non chilometrica bensì temporale che separa la postazione lavorativa dalla residenza può servire a creare un distacco, più che fisico psicologico, tra i due ambienti, a separare la dimensione del lavorare, con i relativi pensieri, da quella famigliare, a far stemperare la tensione accumulata durante l’esecuzione delle mansioni assegnate; stiamo parlando, lo si sarà capito, del rientro. Tutto ciò se il tragitto non è superiore, come durata, a mezz’ora poiché se si sorpassa tale soglia si possono avere effetti negativi sull’equilibrio psicologico di un individuo sottraendogli, è il danno principale, ore al sonno specialmente mattutino. A parte i riflessi deleteri sulla salute qui si vuole segnalare un’altra conseguenza negativa del tempo passato viaggiando è che esso va a detrimento della possibilità di frequentare una palestra, di seguire qualche corso formativo, di non poter sfruttare quelle opportunità ricreative che sono presenti in loco, anche una semplice passeggiata o l’incontro con gli amici, cose molto importanti per la qualità dell’esistenza. L’ottimale per il trasferimento da casa a lavoro sarebbe il quarto d’ora secondo lo slogan propugnato oggi dagli urbanisti della “città a 15 minuti”, non a 30 minuti, la mezzoretta di cui sopra, non è assolutamente realistico proporre il km. 0 tra casa e lavoro.
Vedendo ora le cose da un altro punto di vista, quello di Campobasso che è la meta più “accorsata” dei lavoratori pendolari, dobbiamo evidenziare che se non è bello che di giorno i borghi si spopolino per via del fenomeno del pendolarismo non sarebbe neanche bello il contrario, cioè privare la città dei pendolari in quanto essi sono parte integrante della vita cittadina. Il capoluogo di regione, infatti, sembra animarsi, in particolare la zona centrale dove sono gli uffici, al mattino e al pomeriggio, i due momenti topici dello sbarco e della dipartita dei pendolari. Questo flusso in entrata e in uscita di persone dal nucleo urbano ha acquisito il valore di un fattore identitario rappresentando un’immagine caratteristica della “capitale” del Molise. Forse, però, è solo un fatto sentimentale, un modo di sentire romantico, non è politically correct ed allora è da auspicare l’aumento di ore di smart working per permettere agli impiegati di non muoversi dal bucolico villaggio natio con buona pace dell’interscambio tra le persone, della frequentazione di ambienti differenti, metà giornata, il lavoro, da una parte e metà, il tempo libero, dall’altra, degli stimoli che ricevono gli individui nel partecipare ad una dimensione metropolitana in cui la città e i comuni vicini non sono entità distinte e separate, il nostro spazio esistenziale sempre più nel futuro.
I TANTI MODI DI INTENDERE L'ARTE URBANA
C’è una differenza tra arte pubblica e arte negli spazi pubblici ed è sostanziale.
La seconda è quella legata ad un modo di sentire personale dell’autore, una espressione dei propri sentimenti, una sua creazione che può giungere anche ad essere in contrasto con la sensibilità generale, mentre la prima contiene, appunto, contenuti emozionali condivisi da tutta, o gran parte, della comunità. Si pensi a questo proposito a diversi murales comparsi sui muri di Campobasso che hanno quale contenuto il rifiuto della guerra, siamo al Terminal, o la rappresentazione dei “grandi della Terra” posti l’uno accanto all’altro, un auspicio alla concordia, nel quartiere di S. Giovanni dei Gelsi, oppure ancora il piacere di muoversi in bici in città, in via Trivisonno. Almeno per i murali realizzati sulle facciate dei condomini sarà necessario, di sicuro, chiedere il consenso ai condomini dello stabile anche in riguardo al soggetto trattato nella rappresentazione pittorica, oltre che l’assenso della municipalità e, quindi, della cittadinanza nella sua interezza, non solo di chi vive nel quartiere.
Può essere tanto arte pubblica quanto arte negli spazi pubblici, lo si ricorda l’una che affronta temi di interesse comune, l’altra che è il frutto di uno stato d’animo individuale, quello dell’artista, le operazioni artistiche che mirano a riqualificare luoghi degradati, l’importante è che li si recuperino; in questo senso si sarebbe potuta accogliere la proposta formulata di sua sponte da un privato, che poi sarebbe stato l’esecutore del lavoro, di installazione della sagoma di un guerriero sannita nella ex cava di Civita Superiore a Boiano. Ancora peggio dei luoghi che hanno subito alterazioni sono i cosiddetti non-luoghi ai quali occorre conferire una identità. Il caso rappresentativo di quest’ultima categoria di luogo è la rotonda viaria posta all’ingresso del Terminal degli autobus del capoluogo regionale dove è stata collocata una statua di Pasquale Napoli. La stazione dei pullman come quella dei treni sono dei classici non-luoghi, non-luoghi a tutto tondo perché aventi una destinazione esclusivamente funzionale, la funzione è la mobilità, non sono polifunzionali come si converrebbe ad un luogo urbano;

qui accanto agli stalli per le fermate si potrebbe immaginare la predisposizione di spazi per l’intrattenimento dei passeggeri in attesa. Gli svincoli, sempre a Campobasso, sono alla ricerca di una immagine autonoma da quella della infrastruttura stradale: in quello che sta a Colle delle Api sono posizionate le 6 torri, in miniatura, che sono il simbolo della città, nello spartitraffico di via Mazzini vi è la riproduzione in piccolo della Grotta di Lourdes, un ulteriore richiamo religioso vi è nell’aiuola posta tra via Mons. Bologna e via Trivisonno dove forse sarebbe stato utile un salvagente per l’attraversamento di questo punto cruciale della viabilità cittadina. Nei crocevia, comunque qualsiasi oggetto di una certa dimensione rischia di ingombrare la visuale degli automobilisti e nel caso pure che fossero opere d’arte vengono viste con distrazione dagli stessi intenti a imboccare la direzione giusta.
Con questa sottolineatura si vuole anche dire che l’arte pubblica e l’arte negli spazi pubblici, le due tipologie di cui sopra, non è indispensabile che siano poste in siti che godono di grandi visibilità. Il Poeta di Casacalenda, conosciutissimo, sta in un bosco lontano dagli occhi della gente, le persone per vederlo devono andare a cercarlo nel folto di una distesa boschiva a una qualche distanza dall’abitato. Tra le arti vi è anche l’architettura la quale viene concepita a volte alla stregua di manufatto iconico, quasi fosse un monumento, assimilabile a un monumento scultoreo, una sorta di archiscultura il che la fa rientrare nella fattispecie dell’arte pubblica. L’esempio più calzante in riguardo è la Piramide di Campitello diventata una icona della località sciistica; a proposito di ciò, cioè a proposito di una struttura architettonica che assurge al rango di bandiera di un insediamento è da evidenziare, ad ogni modo, che i vessilli di un agglomerato urbanistico sono destinati a cambiare in continuazione. Allorché si è esaurito l’effetto novità l’attrattività di quell’aggregato urbano tende ad essere affidata ad un corpo di fabbrica sopraggiunto, è la legge della pubblicità turistica che richiede sempre nuovi motivi di interesse per attirare visitatori. Nella stazione di sport invernali matesina si è passati come richiamo pubblicitario dall’edificio a ferro di cavallo del Montur alla Piramide giustappunto.


Con i fabbricati edilizi siamo passati all’arte urbana di grande scala e adesso torniamo agli artefatti minuti spostandoci a quelli, in verità uno solo, il cosiddetto ricciolo che è ai piedi della Collina di San Giovannello a Campobasso per parlare di 3 aspetti dell’urban art. Il primo è che non è detto che le opere debbano essere per statuto espressioni artistiche da contemplare ma che le si può toccarle, addirittura infilarvisi dentro, come succede nel predetto ricciolo, come se fosse un gioco per bimbi, il “parente” di un’altalena. Il secondo è che le realizzazioni di arte urbana non è obbligatorio che siano seriose, è consentito che siano gioiose ovvero giocose, vedi il ricciolo, rimanendo, è ovvio, creazioni colte. Il terzo è che, va da sé, siano pezzi unici, non repliche di cose viste altrove né intese come attrezzature da parco-giochi, prodotte in serie, con buona pace di Walter Benjamin e della sua teoria sulla “riproducibilità dell’opera d’arte”. Il ricciolo è fatto in pietra peraltro e ciò garantisce sulla sua durabilità nel tempo, non è soggetto a deperimento il materiale calcareo a differenza del legno di cui sono fatti i supporti degli scivoli e i castelletti e tante componenti delle giostrine. Infine, il ricciolo non è smontabile, è un pezzo unico in tutti i sensi, e per il suo peso non è trasportabile.
IL MUSEO DI ARTE CONTEMPORANEA DI CASACALENDA

Non c’è un museo di arte contemporanea uguale all’altro. Sarà perché è una categoria museale estremamente recente non è ancora arrivata ad una definizione compiuta della sua organizzazione spaziale. Siamo ancora nella fase di sperimentazione delle soluzioni architettoniche, ognuna diversa dall’altra. È in corso un processo che si immagina che sarà simile a quello che ha, a cavallo tra XIX e XX secolo, portato alla fissazione delle tipologie architettoniche delle nuove attrezzature urbane, dal carcere alla stazione ferroviaria, al mercato. Il percorso è composto dalla messa a punto di modelli, in un certo numero, i quali sono rappresentati dalle realizzazioni concrete o ideazioni rimaste sulla carta a cui è seguito un vaglio critico consistito nella verifica dell’appropriatezza di ciò che si è costruito o progettato rispetto allo specifico tema, lo si ripete, tanto un’opera igienica quanto una culturale, pronta per essere replicata, magari con alcuni adattamenti, connessi a situazioni contingenti, all’infinito. Vale la pena aggiungere che alla base di tale operato vi è il pensiero di teorici settecenteschi che propugnavano il legame tra “forma” e “funzione”. Esso è necessariamente biunivoco per cui ad una particolare esigenza funzionale, mettiamo l’esposizione di creazioni di arte contemporanea, deve corrispondere una precisa architettura e viceversa. Tutto questo, nel campo di cui ci stiano occupando, non è a tutt’oggi avvenuto come detto all’inizio, sarà perché tanti progettisti, a cominciare dalle archistar, concepiscono il museo piuttosto che un contenitore efficiente di espressioni artistiche, un’espressione artistica esso stesso. Del resto è questo che chiedono loro gli stessi committenti ritenendo che il miglior veicolo pubblicitario di una raccolta di opere d’arte sia proprio la sua veste formale, l’involucro che la contiene, la cui immagine, perciò, deve essere accattivante. Le considerazioni espresse non valgono per ogni museo, specie per quelli che sono dedicati all’arte classica, la cui aura, in qualche modo, solenne striderebbe, a meno che non si tratti dei lavori dei Futuristi, con, di nuovo in qualche modo, l’aggressività della struttura edilizia (Pei nel Louvre, il tempio della classicità, è innovativo per via dei materiali utilizzati, l’acciaio e il vetro, ma la sua piramide è un solido geometrico che rimanda all’antico). Le collezioni museali di opere dell’antichità, di età medioevale, di arte rinascimentale o neoclassica ben si prestano ad essere ospitate in palazzi, come si usa dire, d’epoca, mentre qualche perplessità la suscita la loro destinazione a musei d’arte contemporanea. A Casacalenda succede propriamente così perché la Galleria Civica d’Arte Contemporanea ha sede nel palazzo municipale che è del primo ‘900. Comunque, la collocazione delle opere è al secondo piano del Municipio (il terzo livello se si conta da via Roma e il secondo se, invece, lo si fa da via De Gennaro che è, poi, il vero ingresso della Galleria) il quale è il preesistente sottotetto recuperato nel restauro dell’edificio eseguito alla fine degli anni ’80.


È da osservare che un soffitto è un luogo nella fantasia popolare carico di mistero essendo inabitato, destinato a conservare gli oggetti, non più utilizzati, di un tempo, qualcosa di non lontano dai prodotti artistici, almeno per il fatto che anche questi ultimi sono manufatti di alcuna utilità (corrente) e la finiamo qui su tale raffronto. Le mansarde sono efficienti specie quando hanno il solaio a vista che fa molto di rusticità o di archeologia industriale alla stregua di un’officina o di un deposito, se le dimensioni dei locali sono ampie, come si ha a Casacalenda. La Galleria è ripartita in 3 vani i quali, è una caratteristica dei sottotetti, non hanno finestre (neanche a filo di falda, peraltro) e dunque per l’assenza di illuminazione diretta non avrebbero potuto avere destinazioni d’uso ordinario e ciò deve essere stata una delle ragioni che spinse l’amministrazione comunale a renderli disponibili per mostre, oltre che, ovviamente, la sensibilità culturale. L’assenza di aperture nelle pareti ha permesso di “appendervi” i quadri. I dipinti costituiscono, non certo per tale motivo, la maggioranza delle espressioni d’arte qui presenti, ma non mancano installazioni d’artisti, si noti non sculture, la cui presenza è consentita dalla larga superficie vuota disponibile negli ambienti, aspetto molto apprezzato nell’arte contemporanea. La pittura, però, lo si rimarca, rimane la branca figurativa privilegiata, la più rappresentata. La generosità dello spazio in queste grandi sale non produce un effetto dispersivo e, anche per l’assenza di vedute verso l’esterno, è garantita la concentrazione di chi osserva pure in presenza di affollamento (negli eventi di richiamo). Si ritiene di dover evidenziare, per completezza, che in prossimità dell’entrata di monte, quella di via De Gennaro, vi è una corte coperta con copertura amovibile che si presterebbe, accanto all’usuale impiego per convegni, lezioni e conferenze (non per spettacoli perché la cittadina è dotata di un prezioso teatro comunale), all’effettuazione di happening tenuti da performer nei quali il pubblico è chiamato a partecipare all’azione dell’artista, basta liberare in tali occasioni questo ex cortile dalle sedie. Il museo non è solo conservazione di oggetti. In definitiva, l’area assegnata alla Galleria è abbastanza informale e di conseguenza non riesce a intimidire le persone, al contrario dei musei “ufficiali” siti in immobili di livello (in verità pure questo lo sarebbe se non fosse che la raccolta occupa il terzo “livello”, il soffitto), che diventano un’aulica casa delle muse. Riprendiamo ora la questione, per arrivare a delle conclusioni, con la quale siamo partiti, quella della ricerca tipologica che meno si è spesa, è bene sottolinearlo, nello studio dell’adattabilità di fabbricati esistenti all’uso quale sede museale; l’esperienza di Casacalenda sembra dimostrare che ciò è fattibile anche perché, in effetti, un museo, ridotto all’osso (quindi senza bookshop, caffetteria o non so che), è, dal punto di vista distributivo nel senso di espositivo nella versione minimale, un problema progettuale facile da risolvere, non essendovi speciali vincoli funzionali da rispettare. La visita al museo è, in effetti, un percorso da compiere: l’allineamento delle stanze della nostra Galleria o un corridoio, specialmente quando si tratta di una quadreria (ad es. il Corridoio Vasariano), sono il cosiddetto minimo sindacale. Percorso che prosegue a Casacalenda al di fuori del palazzo civico per vedere opere che sia perché site specific sia per la loro grandezza non possono essere contenute dentro; un’autentica teoria di opere, 20, si sviluppa nel centro abitato e financo in campagna per merito di quella ormai trentennale iniziativa di contaminazioni urbane di Kalenarte la quale si associa all’istituzione del Museo all’Aperto di Arte Contemporanea (MAACK).


IL POETA DI CASACALENDA
È un intervento artistico particolare, con molteplici particolarità per cui sollecita una molteplicità di riflessioni. Ci concentreremo su tre aspetti cominciando da quello della sua monumentalità al quale seguiranno quello della sua collocazione nel bosco e quello della sua, diciamo così, ritrosia a farsi ammirare. Non è una scultura e, peraltro, non ha neanche la pretesa, o l’aspirazione, di esserlo anche perché, al di là di tutto, non è a scala umana a differenza, con l’eccezione del celebre Colosso di Rodi, della generalità delle opere scultoree; in specie di quelle che intendono raffigurare l’uomo come fa il colossale, aggettivo non casuale, individuo pietrificato di Casacalenda. Si è citato incidentalmente il Colosso di Rodi e, però, non è stato un mero incidente in quanto tale citazione è funzionale pure ad un altro ragionamento che è il seguente: la grandezza inusitata di questa statua suscitò un’enorme meraviglia nell’antichità da divenire una delle 7 Meraviglie del Mondo, cosa, la dimensione fuori scala, beninteso umana, che oggi non stupirebbe particolarmente dati i mezzi tecnici che abbiamo attualmente per realizzarla. L’installazione di Kalenarte è stata resa possibile dai montacarichi a motore per sollevare le pesanti lastre lapidee che la compongono, dai camion per il trasporto di tali lastre, dal cemento, il materiale simbolo della modernità, per renderle solidali l’un l’altra. Su un simile intervento le questioni logistiche devono aver avuto un notevole peso tanto più che non si è trattato di un cantiere ordinario, bensì in ambito forestato, si pensi al transito a zig-zag dei veicoli tra le piante. Il secondo dei tre punti da trattarsi è proprio quello dell’inserimento dell’arte-fatto art-istico in una superficie boscata. Si è innestato un elemento antropico, e per di più grosso, l’uomo di pietra, in un ambiente naturale, il bosco è il massimo della natura, ed è evidente che ci sarebbe stato un qualche attrito tra questi due fatti completamente diversi fra loro. Tale distonia è emersa con forza al momento del taglio, programmato della sezione boschiva (parole del gergo tecnico) in cui rientra l’uomo di pietra: essa ha messo a nudo, letteralmente, il gigante calcareo che è rimasto scoperto, o meglio coperto solamente dal muschio e dai licheni che vi si sono aggrappati sopra nel tempo. È un’immagine, quella della nudità di quest’omone, non di certo oscena, che nell’arco di vita di una persona si ripresenterà, ciclicamente, quattro volte; infatti, il turno della ceduazione


(ancora un termine tecnico gergale) per il cerro è di venti anni, mentre la nostra esistenza ha durata, in media, di ottant’anni. In tali scadenze ventennali il misterioso personaggio rimasto impietrito per chissà quale ragione rimane completamente denudato, ma ciò si verifica anche, anche se in maniera parziale, dalla “cintola in su” direbbe il Poeta, con cadenza, ovvero scadenza, bistagionale allorché in autunno cadono le foglie delle essenze arboree di latifoglia che formano questo querceto. In qualsiasi caso, sia nel caso della fluttuazione delle stagioni, sia nel caso dei turni di taglio stabiliti dalle norme forestali, l’uomo di pietra, concepito, o così mi pare, per rappresentare la condizione esistenziale contemporanea di essere un essere isolato nella folla, impersonata quest’ultima dagli alberi che affollano, appunto, il boschetto, solo temporaneamente è solo, decontestualizzato; ogni primavera il fogliame ricrescerà, ogni due decenni le antiche e vigenti tutt’ora regole del ceduo, nuove piantine si svilupperanno dalla base dei tronchi abbattuti. Cambiando ipotesi interpretativa, quel che succede nel bosco di Casacalenda può essere sentito come la contrapposizione tra il mondo minerale, simboleggiato dall’uomo di pietra, e quello vegetale, la formazione boschiva; il primo è immutabile, si pensi alle rocce, il secondo è in perenne evoluzione, è soggetto a fasi alternate di crescita e di deperimento, è in continua trasformazione. Va, comunque, segnalato che, per legge nazionale, è vietato mutare la destinazione del suolo coperto da vegetazione forestale e ciò ne garantisce la perpetuità. Ciò che potrà succedere è che a modificare la scena pensata dall’artista ora assimilabile ad uno scenografo non è la distruzione del bosco, il fondale del palcoscenico, la tempesta Vaira qui non è preventivabile, quanto piuttosto il crollo dell’uomo di pietra, il protagonista assoluto, a seguito di una violenta scossa sismica il territorio essendo ad elevata sismicità; beninteso sempre che l’area non diventi teatro, adesso una tragedia teatrale, di eventi bellici, al momento uno scenario (sinonimo di scena) non credibile anche se viviamo in tempi di guerra. In un’operazione di Land Art il prodotto autoriale si relaziona al contesto paesaggistico in cui viene calato e da qui scaturisce il rimando alla messa in “opera” proposto nel periodo precedente. Per concludere su questo punto, il n. 2 della serie che ci si era prefissa, il bosco, essendo intangibile, è il luogo più sicuro per le azioni di Land Art; esse altrove rischiano di venire vanificate, subire la perdita di senso a causa della modificazione dell’intorno. Infine, finalmente, siamo giunti al terzo aspetto che è quello della scelta dell’autore di realizzazione della sua creazione in un angolo defilato
e gli indizi che lo fanno presupporre sono tre. I primi due sono connessi all’ubicazione in un areale piantumato in cui è facile mimetizzarsi nascosti fra le piante e in cui regna l’oscurità impedendo le fronde della fitta piantumazione la penetrazione della luce. Il terzo segnale di quanto poco interesse l’artista abbia verso gli sguardi del pubblico è la scelta di ubicare il suo lavoro lontano dall’abitato. Tutto ciò contrasta con il suo essere, quantomeno per la stazza, spettacolare, non, di certo, un oggetto discreto; è contraddittorio, lo si ammette, però è così. La ricerca di riservatezza da parte dell’opera d’arte è plausibile sia connessa al rifiuto di interagire con i luoghi della quotidianità per sottrarsi al meccanismo dell’assuefazione della vista. Desidera venire scoperta a seguito di una qualche fatica, anche quella di individuare la località, le sue coordinate geografiche; si noti che non si è usata l’espressione “venire alla luce” perché il bosco è scuro ed è tale sia di giorno che di notte quando il buio si accentua e la visione dell’uomo di pietra acquista un non so che di spettrale, un autentico effetto speciale che non si sarebbe potuto ottenere nel centro urbano per via dell’illuminazione cittadina. E, poi, mettete, mettendovi nei panni di questo uomo, cosa c’è di meglio che stare in contatto con la natura.

L’opera di Costa Varatsos denominata Il Poeta è posta in un bosco nei dintorni di Casacalenda e questa è già un’annotazione significativa perché fatta com’è di pietra “al naturale” (anche se non pietre del posto) avrebbero avuto minor senso se fosse stata realizzata in un luogo urbano. Infatti, essendo il suo significato il legame uomo-natura in ambito cittadino non si sarebbero potuti reperire materiali naturali da utilizzare, è scontato. La land art, corrente artistica cui appartiene l’opera casacalendese, ha tra le sue caratteristiche precipue proprio l’uso di oggetti appartenenti alla dimensione naturalistica, quest’ultima è la sua essenza più profonda. In ciò si distingue dall’ “arte minimalista” e dall’ “arte povera” pur avendo con esse alcune affinità. Anche se non è escluso che nell’ “arte
ambientale” si impieghino quale “materia prima” materie di riciclo, meno costose, come è stato fatto nel monumento antistante il palazzo dell’INAIL a Campobasso, specificando che non va confusa la parola ambientale con sostenibile. Nella creazione di Varatsos l’adesione all’ambiente è assai più marcata poiché si sfruttano elementi del mondo naturale così come si trovano “in natura”, senza manipolazioni, senza trasformarli in nessun modo. Qui i pezzi lapidei sono tenuti insieme dal cemento e quindi vi è un manufatto duraturo, ma talvolta si adoperano componenti minuti dell’ambiente per effettuare installazioni temporanee ed è il caso del lavoro di Agostino Senese sulla non distante spiaggia adriatica, a Campomarino il quale con la sabbia e con i sassi disegna cerchi destinati evidentemente a sparire, non c’è niente di più mobile di un arenile.

La pietra, quella di Costa Varatsos è resistente nel tempo, anzi è l’emblema della durata al contrario di composizioni formate da materiale sabbioso il quale è effimero per antonomasia. Nel ribadire che il Poeta è un “oggetto” permanente nel medesimo tempo si deve rilevare che il contesto in cui ricade non lo è. Il Poeta vive in simbiosi con gli alberi al contorno, Varatsos ha tratto ispirazione proprio dalla formazione arborea che connota il sito per cui una volta, è successo qualche anno fa, che si procede al taglio della particella boschiva l’opera viene ad essere decontestualizzata. Tra i precetti da seguire nell’adesso, eseguire un’azione di land art vi è quello di non procedere al modellamento del terreno oppure all’eliminazione di alberi, salvo lo stretto indispensabile per installare l’opera d’arte. Qui sono state tolte solo le piante che occupavano lo spazio in cui piantare, termine nella situazione in questione appropriato, il capolavoro, è un autentico capolavoro quello di Costa Varatsos.
L’esperienza di Casacalenda ci insegna, il fatto che l’operazione nel momento dell’effettuazione della ceduazione sia divenuta monca, la “statua” senza i fusti di quercia tutt’intorno, che un progetto di land art per risultare completo richiede l’acquisizione dell’appezzamento di terreno di una certa estensione nel quale rientra il “segno” artistico. È un po’ come in una sala museale dove occorre curare il modo di esporre il quadro o cultura che sia, tanto più che qui lo spazio espositivo, il bosco, è parte integrante della creazione d’arte. Si potrebbe procedere da parte delle autorità preposte alla tutela del paesaggio all’apposizione di un, per l’appunto, apposito vincolo il quale, comunque, costituirebbe un unicum per una fattispecie del genere da noi, oppure più realisticamente, all’acquisizione della proprietà del suolo per una sufficiente ampiezza da parte del Comune, magari destinandolo a giardino pubblico, nella tenuta Caradonio De Blasio, il che non appare irragionevole.


Esempi da cui trovare spunti per la soluzione di questo problema in territorio regionale non ve ne sono, ma subito dopo il confine sì, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise in cui sorge, in un’area boscata, Arteparco il quale ha, però, una problematica differente in quanto contiene una pluralità di opere d’arte contemporaneo che ne fa un museo a cielo aperto, non un’unica come a Casacalenda. Occorre a questo punto per questo punto che si è appena trattato, quello dell’alterazione dell’ambiente, tranquillizzare gli amatori del Poeta che per il bosco, in base alla normativa vigente, non è ammesso il cambio di destinazione d’uso e ciò lo fa, su per giù, intoccabile. Ben diverso sarebbe il pericolo se la località fosse interessata da una rettificazione della Sannitica, il che non è teoricamente impossibile, la quale comporterebbe una radicale trasformazione del paesaggio e, peraltro, rapida, altro che il ventennio che deve trascorrere tra due turni di taglio. Il Poeta verrebbe ad assomigliare, essendo, presumibilmente, non troppo distante dal nuovo tracciato della statale 87, al Sannita dello scultore Mario Cavaliere sulla superstrada tra Campobasso e Benevento in agro di Fragneto M. eccetto che per l’altezza nonostante l’alto piedistallo su cui poggia il guerriero dell’antico Sannio, più alto della stessa statua, cosa davvero inusuale.

Già la land art propriamente detta è ricca di numerose varianti le realizzazioni dipendono oltre che dalla volontà espressiva dei singoli autori dalle specificità dei siti in cui si inseriscono, ma se a questa si aggiunge l’arte urbana allora le manifestazioni nelle quali l’arte all’aperto, l’insieme delle due arti sopradette, si invera diventano di quantità pressoché illimitata. A Casacalenda dove vi sono tanto creazioni di land art, ovviamente nell’agro, quanto di arte urbana, cioè cittadina, ve n’è un autentico campionario. Noi, però, per illustrare tale ampia diversificazione tra tali opere non partiremo da qui bensì da un altro comune, S. Giuliano di Puglia. In questo centro così gravemente colpito dal terremoto del 2002 è nato il Giardino della Memoria per ricordare i bambini e la loro maestra uccisi dal crollo della scuola. Il progetto consiste nella “piantagione”, sono effettivamente piantati, di steli artificiali, una sorta di canne, non naturali simboleggianti le vittime i quali ondeggiano mossi dal vento. È da dire che la progettazione ha quale fine il compianto delle vite umane e nello stesso tempo la celebrazione del vento che è una forza della natura, un elemento vitale. Di quest’ultimo non si sente il rumore che è solitamente prodotto dalla spinta che esercita sulle fronde degli alberi,
gli steli poiché non hanno foglie non si oppongono alle folate di vento, le assecondano piegandosi. È una scena muta in quanto manca l’acustica, è uno spazio silenzioso come si conviene ad un luogo di meditazione. Manca pure il canto degli uccelli mancando le piante sui cui rami poter fare i nidi. Ciononostante l’effetto anche senza il sonoro è di un posto animato. Gli steli che di sera si illuminano, sospinti dalle folate o semplici aliti di vento dondolano fanno pensare a qualcosa di organico se non vivente, è viva la memoria delle persone defunte. Il vento, dunque, come materiale progettuale. Si ripete, le opere di ambient art siano esse collocate nel paesaggio, siano esse situate nell’ambito urbano sono differenti fra loro, non ve n’è una uguale all’altra, sono degli unicum proprio come questo Giardino di S. Giuliano di Puglia. Tornando a Casacalenda che si è detto è caratterizzata dalla presenza di espressioni sia della land art sia di arte urbana, vediamo ad un tempo opere spettacolari (il Poeta, l’uomo di pietra alto 9 metri nel bosco), che creazioni discrete (le alzate colorate con colori differenti dei gradini di una scalinata nel nucleo abitativo), si è andati dall’enorme al minuto, una grande divaricazione dimensionale

fra le opere. Lasciando nuovamente Casacalenda e ponendoci rasoterra, cioè al livello del terreno troviamo anche a questa quota, quota zero, forme minimali di land art, le lucine proposte per illuminare il percorso pedonale che conduce al castello di Roccamandolfi, e di arte urbana, la targa metallica applicata sul marciapiede antistante la casa dove abitò Giuseppe Tucci un campobassano deportato in un campo di concentramento nazista. Ci intratteniamo ora sui monumenti classici nonostante non siano in stile contemporaneo che è quello adottato normalmente nelle opere di arte urbana; in verità c’è un’eccezione a questo riguardo ed è la scultura in piazza XX Settembre a Isernia, una persona stilizzata con le braccia alzate per implorare pietà o secondo una diversa interpretazione per proteggersi dal bombardamento.
Quasi ogni comune ha il suo Monumento ai Caduti, finanziato dai concittadini, oggi per la gran parte decontestualizzati a causa dell’eliminazione degli alberi ognuno dedicato ad un soldato perito in guerra facenti parte di Parchi e Viali delle Rimembranze, l’unico rimasto è quello del capoluogo regionale. Le amministrazioni comunali, ad eccezione, lo si ripete di Campobasso, hanno nel tempo tolti tali alberature per far posto a parcheggi, spazi-giochi, ecc. Di personaggi celebri il Molise ne ha avuti molti ma pochi hanno avuto l’onore di aver avuto riprodotta la propria immagine in bronzo e in marmo, materiali che garantiscono una durata perenne. Solo Gabriele Pepe tra questi è a figura intera, degli altri si è fatto solo il busto; i mezzobusto vanno da Antonio Cardarelli, Luigi D’Amato e Francesco D’Ovidio nella città-capoluogo a Enzo Selvaggi a S. Massimo per citare un comune grande e uno piccolo. Invariabilmente come succede per i Monumenti ai Caduti essi ricadono in un giardinetto.


Più che con le immagini scultoree le personalità di rilievo sono “omaggiate” con lapidi le quali sono più facili da rimuovere in presenza di un cambio di umore come è successo per quella dedicata a Titina Maselli a Pescolanciano. I monumenti oramai storicizzati perché la maggioranza ha ormai superato il secolo di vita parlano ancora oggi a noi poiché rimandano a valori tutt’ora condivisi, in primis l’amore per la Patria. Pure la statuaria religiosa negli spazi urbani, a onor del vero scarsissima numericamente nella nostra regione la quale rivela una laicità non proprio scontata, tende a posizionarsi anch’essa in aiuole, la statua dell’Immacolata che sta lungo la favolosa scalinata di Trivento in un microgiardino recintato, che rimandano all’immagine che ci portiamo dietro dell’Eden, in infinitesimo di certo.
CHIESE CON I PORTONI CHIUSI
Non è che qui si voglia invocare la “pubblicizzazione” delle chiese, il riconoscere, cioè, un certo ruolo dell’autorità pubblica nella gestione del patrimonio chiesastico ma si vuole però ricordare che quando si è andato formando l’asse ecclesiastico lo Stato e la Chiesa, adesso con la C maiuscola, con erano poi due sfere, la civile e la religiosa, così tanto separate fra loro. Se non esplicitamente implicitamente lo erano di certo se non altro perché le istituzioni governative rinunziavano a svolgere alcuni compiti che “per statuto” apparterrebbero loro lasciando libero un ampio campo d’azione a favore di enti di natura confessionale. Si citano alcuni settori: l’istruzione che avveniva nei seminari, l’assistenza agli infermi, le suore fino a ieri presenze fisse nelle corsie ospedaliere, le sepolture negli edifici di culto. Il pubblico rinunziava a imporre tributi alla popolazione delegando in qualche modo vescovi e parroci a sostituirlo in molti comparti sostenuti dalle elemosine.
La differenza tra le imposte statali e le contribuzioni dei fedeli è che se entrambe erano di fatto “progressive”, in base al reddito, non poteva essere altrimenti, le prime erano obbligatorie le seconde su base volontaria, differenti metodi di riscossione, nei fatti sono equivalenti. Ci si è avventurati in una disquisizione complicata che forse non è del tutto convincente e allora usiamo un altro argomento per dire la stessa cosa che è quello che le architetture sacre e i beni artistici in esse contenuti non possono essere di esclusiva proprietà degli organi religiosi in quanto sono manifestazioni, le principali, della cultura del nostro popolo ispirate alla fede la quale è uno dei valori più profondi della società. A scopo provocativo se non dissacratorio, avvertiamo che si tratta di un caso limite, offriamo come oggetto di valutazione a proposito del possesso la Cattedrale di Isernia la quale poggia le sue fondamenta su un templio pagano, consapevoli che non c’è nessuno, sono passati millenni, che possa rivendicare la compartecipazione nella

proprietà di questo monumento doppiamente sacro, per la religione pagana e per quella cattolica. Il cittadino è impossibilitato a godere delle bellezze custodite negli edifici di culto, a prescindere di chi ne sia proprietario, sia quando questi sono in degrado e perciò è pericoloso entrarvi, sia quando rimangono chiuse per mancanza di custodia. Si riconosce che è un impegno enorme mantenere in efficienza l’intera eredità ecclesiastica e ciò succede in ogni comune, non solo molisano perché riguarda anche le regioni maggiormente sviluppate. In effetti vi è una sovrabbondanza di fabbricati religiosi il cui numero è ridondante rispetto alle esigenze cultuali, vi sono chiesette di campagna e pure di paese che si aprono solo il giorno della festività della divinità cui esse sono dedicate. Ci sono cappelle, tanto è elevato il loro quantitativo, addirittura dimenticate, a volte vengono sconsacrate. Non più officiata a S. Massimo è S. Filomena di cui si conserva il volume edilizio privato delle suppellettili liturgiche perché per un periodo di tempo è stata adibita ad officina e la memoria del culto in essa praticato è affidata semplicemente al toponimo.
Molte chiese rimangono con il portone serrato perché prive di impianti di allarme a difesa delle opere d’arte che stanno all’interno. Vi sono chiese, una minoranza, delle quali comunque è garantita l’apertura quotidiana e ciò sia per consentirne la visita ad, appunto, i visitatori sia per permettere ai fedeli di recitarvi una preghiera. Non vi è nessun edificio di culto accessibile a pagamento che se per assurdo vi fosse non potrebbe essere uno dove sono presenti tombe perché significherebbe rendere oneroso l’esercizio della commemorazione dei defunti. È da dire a questo proposito che le ultime sepolture nelle chiese sono precedenti alla nascita voluta da Napoleone dei cimiteri per cui le persone lì sepolte sono di epoca remota, i discendenti non provano più un sentimento di attaccamento filiale. I Pignatelli, titolari di numerosi feudi, scelsero la chiesa di S. Giacomo a Roccamandolfi per il loro sepolcreto e così i Petra la chiesa di S. Nicola a Vastogirardi e i Capecelatro la parrocchiale di Lucito; oltre queste tombe di famiglia ve ne sono di individuali anche successive all’editto napoleonico sui camposanti, si tratta sempre di personaggi di rilievo come lo Iacampo nella chiesa madre di Vinchiaturo o quella di Antonio Petrecca nella chiesa parrocchiale di Cantalupo del quale è stata eliminata la lapide commemorativa non sostituita neanche da una targhetta in corrispondenza del punto della giacitura del suo corpo.


Il flusso turistico non costituisce disturbo, allo stato, ai riti ordinari neanche in chiese di pregio come quella di S. Francesco a Isernia dove il “cappellone”, una cappella laterale, è capace di ospitare chi è interessato ad assistere alla messa senza il disturbo di presenze estranee, manca solo l’ingresso separato. Ci sono, infine, chiese diventate abituali location di matrimoni (S. Maria della Strada), trasformate per l’occasione in sale di concerto (S. Antonio Abate a Campobasso) ovviamente di musica sacra anche se non sarebbe indecorosa neppure la musica classica, un bene culturale la musica in un bene culturale l’architettura.
L’orso marsicano è definito una specie bandiera perché costituisce, per la sua rarità, un simbolo della biodiversità che in quanto tale riesce ad appassionare le persone e così spingerle ad impegnarsi per la difesa dell’ecosistema. Con questa definizione ci stiamo muovendo nel campo delle idealità mentre entriamo in quello della pratica ovvero delle azioni concrete da porre in essere per la protezione dell’ambiente con un’altra coppia di parole l’orso come specie ombrello. La necessità per la sua sopravvivenza di vasti spazi naturali ci obbliga per salvaguardare quest’animale a proteggere gli ampi habitat che frequenta. Il Parco Nazionale d’Abruzzo nacque proprio per garantire la permanenza in vita di tale sottospecie della famiglia degli orsi e a partire dall’esigenza di assicurare la perpetuazione di questa particolare varietà di fauna selvatica venne sottoposta a vincolo di conservazione un grande comprensorio, principalmente abruzzese, con notevoli valenze naturalistiche, salvare le foreste, i corsi d’acqua, le praterie, ecc. per salvare tale specie animale. Dunque, le due cose, orso e circondario ambientale, si tengono strettamente insieme. Sotto l’ombrello idealmente sorretto dall’orso vi è un ulteriore valore accanto a quelli legati al mondo della natura connesso invece alla cultura, alla sfera culturale che è la selvaticità. Infatti appartiene alla dimensione antropologica ed emozionale l’entrare in contatto con luoghi non civilizzati, una condizione che rimanda alle ere primordiali del pianeta e ciò li rende davvero fascinosi.
È un’esperienza esistenziale che ci arricchisce l’imbatterci con l’altro da noi che ormai abitiamo contesti “addomesticati”, appunto domestici. L’incontro, assolutamente virtuale, con l’orso l’emblema per eccellenza degli spazi selvaggi ci stimola a riflettere sulla stessa nostra essenza umana nel rapporto tra civiltà e naturalità. Sono le sensazioni che si sperimentano nelle escursioni del Club Alpino Italiano che di frequente si svolgono nell’ambito di questo Parco (evidentemente e obbligatoriamente escludendo dagli itinerari le zone soggette a tutela assoluta). Questo in generale, per il Parco nel suo complesso, ma vi sono luoghi specifici e circoscritti in cui la sensazione di trovarsi in un contesto primitivo è meno forte. È il caso dell’areale circostante il Lago della Montagna Spaccata, una specie di enorme vasca cementizia contenuta com’è da ben 3 dighe costruita quando le Mainarde non erano ancora ricomprese interamente nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ai tempi d’oggi per l’accresciuta sensibilità ecologista non sarebbe stata possibile la realizzazione di una simile opera se non che con forti contestazioni, tanto meno in un’area protetta. È da dire che mentre il predetto lago che è in alta quota è considerato tuttora, come è giusto che sia, un elemento estraneo all’ambiente il Lago di Castel San Vincenzo che è a valle, a bassa quota, collegato al primo tramite un complesso di condotte idriche (è un sistema articolato ricomprendente la centrale di Pizzone intermedia tra i 2 laghi) viene sentito quale segno addirittura identitario del paesaggio della vallata dell’alto Volturno.

In riguardo all’aspetto paesaggistico è da precisare che l’intervento da realizzarsi denominato Pizzone II, un impianto di pompaggio, produrrebbe effetti negativi sulle vedute panoramiche non per i manufatti fisici, le tubature in cui l’acqua viene trasportata mediante pompe da giù a su e da su e giù per caduta sono previste interrate ma per l’oscillazione del livello della superficie del bacino ovvero Lago di Castel San Vincenzo (il nome odierno, all’inizio era chiamato Lago di S. Lorenzo) il quale è avvertito attualmente come un fatto della natura, uno specchio d’acqua naturale non ha sbalzi del “pelo d’acqua”, non come un artefatto, un fatto dell’uomo. Va riconosciuta la necessità di una stabilizzazione del sistema elettrico, riequilibrando e integrando l’energia prodotta dalle centrali idroelettriche con quella fornita dagli impianti eolici e fotovoltaici, la quale è incostante, oltre che dalle centrali convenzionali, da un lato, e, dall’altro lato, che si è in ritardo nella ideazione di altri modi di bilanciamento della rete dell’elettricità.
A tale scopo, cioè per bilanciare l’energia, si pensa di far ricorso a questa enorme “batteria d’accumulo” con l’immagazzinare l’acqua, alternativamente, in due serbatoi (allo scoperto), superiore e inferiore i quali sono nel caso in questione rispettivamente il Lago della Montagna Spaccata e il Lago di Castel S. Vincenzo, riempiti dal medesimo quantitativo idrico che viaggia da sopra a sotto e all’incontrario. L’alternativa, dato che è in gioco la permanenza dell’orso marsicano nella fascia di territorio interessata dall’opera, sarebbe quella, allo stato, di dislocare da qualche altra parte questa megastruttura con la consapevolezza che i costi sarebbero ancora più elevati dovendosi approntare il tutto da zero mentre qui ci sono già due invasi idrici belli e pronti e, cosa non da poco, che sarebbe difficile trovare territori disposti ad accoglierla.
VIVERE O PREGARE IN GROTTA
È possibile che non ci si ricordi dove, ma sicuramente tutti abbiamo visto nell’uno o nell’altro paese molisano una edicola votiva a forma di grotta in cui è collocata la statua della Madonna Immacolata. Il caso estremo è quello di Campobasso in cui all’interno dell’aiuola che fa da spartitraffico fra via XXIV Maggio e via IV Novembre vi è una versione in formato mignon di tale sorta di tempietto devozionale; è da rilevare che qui il fedele non può certo raccogliersi in preghiera per via delle auto che vi scorrono intorno tutto il giorno. In ogni caso, anche quando la raffigurazione della Madre di Dio è a scala 1:1 si tratta della miniatura di una grotta, quest’ultima non ha mai le dimensioni di una grotta naturale. Il grottino, perché tale è, è un rimando alla celebre grotta di Lourdes la quale ha rappresentato un po' la consacrazione definitiva di questo elemento della natura quale luogo con valenze spirituali. Fin dalle epoche più remote l’uomo ha avvertito un senso di sacralità nelle cavità naturali.

Ci sono diverse chiesette qui da voi “ricavate” dentro le rocce, si prenda l’originario sito della cappella di S. Luca a Pescopennataro, quella attuale è traslata un po' più in là, la quale era sotto uno sperone roccioso, si stava per dire “pesco” come si usa qui. Oppure si veda la chiesa ipogea di Pietracupa sottostante alla Parrocchiale e, però, è l’occasione per chiarirlo, della quale non si può considerare la cripta in quanto ha un accesso autonomo dall’esterno e non c’è un collegamento diretto, in verticale, tra le due;
a proposito di questo luogo di culto è da aggiungere che è l’unica chiesa rupestre presente in un abitato, le altre stanno nell’agro. La chiesetta di S. Lucia a Miranda e il santuario micaelico di S. Angelo in Grotte hanno in comune il fatto che trattasi di ambienti cultuali in parte ricavati nel sottosuolo, in parte edificati, essendo affiancato alla grotta un corpo di fabbrica per allargare lo spazio interno, dotandolo, nel contempo, di una facciata.È interessante osservare che a S. Angelo in Grotte la grotta, almeno secondo la credenza
popolare, è senza fondo, termina con un cunicolo, appena percepibile, in cui il diavolo inseguito da S. Michele si infilò per riemergere in superficie da un buco, anch’esso un minuscolo pertugio, posto in un vallone che separa questo comune da Macchiagodena. Una prova “inconfutabile” che sia avvenuto proprio così è l’esistenza di un leccio sia all’entrata della grotta che in questa presunta uscita, con il seme della pianta che si era impigliato nella coda del demonio in fuga; il leccio è un’essenza arborea

Il fronte della cappella, sconsacrata, di Busso è la stessa parete rocciosa in cui si apre la grotta, l’ingresso alla caverna non è mascherato da un prospetto architettonico, a sottolineare che si tratta di un posto sacro vi è semplicemente un portale per regolarizzarne l’imboccatura; non vi è, quindi, alcuna discontinuità tra l’ammasso roccioso e lo spazio destinato a funzioni religiose che sta nelle sue viscere. È l’ambiente rupicolo, l’insieme cavità-emergenza lapidea a ispirare sentimenti devozionali. Mancano ancora due annotazioni sostanziali per completare la descrizione di ciò che connota maggiormente le grotte, diciamo così, ad uso ecclesiastico. La prima è che esse sono volumi non scavati, al massimo vengono integrate con strutture fuori-terra, il che serve, peraltro, la creazione di un fronte da cui si entra, a nascondere la fenditura nel blocco roccioso che è il suo imbocco. La seconda annotazione è che le grotte prescelte quali cappelle hanno il basamento piatto, non si scende, in altri termini, alcun gradino per penetrarvi, il piano della grotta è alla stessa quota del, per l'appunto, piano di campagna, mutuando quest’espressione dal linguaggio tecnico.
Non c’è, in definitiva, alcuna deità ctonia da venerare, l’eccezione sono le cripte (Trivento, Guardialfiera, Guglionesi) in cui il percorso, in discesa, per accedervi ha il sapore di un cammino iniziatico. C’è, poi, la questione della dimensione della grotta, quella orizzontale. Qualora le chiese rupestri siano mete di pellegrinaggio è stato necessario, vedi S. Angelo in Grotte, aumentare la superficie dello spazio di culto per consentire la partecipazione ai riti a una massa cospicua di devoti a quel Santo, senza arrivare, però, a relegare la grotta in un angolo residuale della chiesa. Qualora la profondità della grotta è limitata essa è equiparabile, se ne è parlato all’inizio, ad un’edicola votiva in cui, poiché tale, è possibile invocare la figura celeste dal di fuori. Che le cavità siano ricche di rimandi alla religiosità, in ispecie quella popolare, è suffragato dalla circostanza che nei presepi la capanna della Natività è spesso sostituita da una grotta. C’è, infine, il caso speciale di S. Michele a Foce in cui vi è il connubio tra chiesetta e grotta intese quali entità distinte e però non separate. La cappella che è un oggetto architettonico completo in ogni sua parte compresa la copertura è posta al di sotto di un incavo del fronte di roccia soprastante; è protetta perciò sia dal tetto sia dalla sporgenza dell’emergenza rocciosa. Sotto quest’ultima trova riparo pure uno stazzo di ovini e tale vicinanza rimanda al cristianesimo delle origini, al pauperismo il quale è in contrasto (?) con la magnificenza della prossima abazia di S. Vincenzo al V. Un’ultimissima cosa: le grotte per i cristiani hanno una duplice valenza, possono essere tanto il posto, siamo nel ventre della Terra, in cui sono collocati gli inferi, sia un momento di raccoglimento spirituale separate come sono dal “set” in cui si svolge la vita ordinaria.

LE GROTTE COME LUOGHI DI CULTO
Il culto di S. Michele, chiamato anche S. Angelo, vedi S. Angelo in Grotte, o l’Arcangelo, è il nome di battesimo di molti cittadini di Colledanchise dato loro in omaggio all’arcangelo per antonomasia, è molto antico, precedente all’arrivo nella Penisola dei Longobardi i quali lo eleggeranno a loro patrono per la sua immagine guerriera, la spada con cui scaccia il demonio. La sede principale della sua adorazione è Montesantangelo sul Gargano. Sebbene la via Micaelica che qui conduce parta da molto lontano è nell’Italia centro-meridionale dove si intensifica la devozione verso questo Santo. Nella fascia mediana dello Stivale sorgono in numero cospicuo le chiese dedicate all’Angelo e ciò lo si può spiegare con la vicinanza con il Santuario garganico quasi che la prossimità produca una intensificazione della fede. Il dato significativo è che il patrono della maggioranza dei comuni molisani o è S. Michele o è S. Nicola. A sollecitare il credo verso questa divinità è la presenza nel nostro territorio, il cui substrato geologico in larghi tratti è di tipo calcareo, di un numero elevato di cavità le quali richiamano l’immagine della grotta del promontorio pugliese. La sequenza, abbastanza fitta, di chiesette rupestri, secondo una leggenda popolare, segue la linea ideale della fuga di Lucifero inseguito da S. Michele il quale, ogni volta, volta per volta, in corrispondenza delle spelonche lo scaccia all’inferno da cui poi l’Angelo Ribelle, il demonio, riesce a riemergere fino allo sprofondamento definitivo negli inferi che avviene a Montesantangelo.

Senza voler sminuire il significato sacro della successione di chiese nella roccia è possibile ipotizzare che esse si candidano a punti tappa del Cammino Micaelico, quasi a voler intercettare il flusso di pellegrini diretti verso il Gargano e con loro una quota delle offerte destinate a richiedere miracoli all’Arcangelo. Seppure non toccate, anche nel caso che non siano toccate dai pellegrini durante il loro incedere verso la meta del viaggio le chiesette rupestri costituiscono dei “segni” della costante presenza di S. Michele lungo il percorso, una sorta di incoraggiamento per coloro che sono in cammino, utili stimoli per rinsaldare la devozione dando la spinta per completare il tragitto. È possibile distinguere vari tipi di chiesa nella roccia, del quale il più semplice è quello di Busso costituita solamente da un ambiente ipogeo con l’ingresso marcato da un portale nel cui fondo doveva esserci un altare; non è più un luogo di culto officiato e non si sa se essa era dedicata a S. Michele o a qualche altra divinità rupicola. Un’altra tipologia è quella dell’edificio religioso con nessuna sua parete che si appoggia alla roccia,
cioè interamente fuoriterra e, però, interamente sottoterra nel senso che esso, un’architettura del tutto compiuta, è collocato in un antro, assai alto e assai profondo, capace di contenerlo e ciò in località S. Michele, appunto, a Foce. La stragrande maggioranza delle chiesette cosiddette rupestri è tipologicamente formata da una porzione incassata nell’emergenza lapidea, ed è la porzione originaria del luogo di culto, per così dire la sua “ragione sociale”, e una porzione aggiunta in muratura come succede nel già citato S. Angelo in Grotte. Le proporzioni tra le due porzioni variano, è molto più grande quella che coincide con la cavità rocciosa, succede a Miranda e a Sassinoro, chiese entrambe intestate a S. Lucia, e il contrario a Rocchetta al Volturno nella chiesa della Madonna delle Grotte, quindi anch’essa come le due nominate precedentemente non intitolata a S. Michele. Le grotte adottate a sedi di culto hanno generalmente sviluppo orizzontale pure se non sempre sono a livello, il loro piano, del piano di campagna. Ve ne sono alcune posizionate ad una quota inferiore della quota altimetrica cosiddetta “0”.

Si tratta di cripta quando sono sottoposte, nel senso anche di subordinate, ad un fabbricato religioso che costituisce il corpo principale della struttura ecclesiastica, la cripta è il corpo secondario. Nelle cripte le pareti rocciose vengono mascherate per cui appaiono come vani regolari pure se sotterranei. Nella cappella sottoposta alla parrocchiale di Pietracupa l’accesso è separato da quello della chiesa vera e propria e ciò mette in dubbio che si tratti di una cripta. L’ingresso al sottosuolo della chiesa di S. Cristina a Sepino è in comune con il soprassuolo della stessa e solamente dopo aver varcato la soglia i flussi di fedeli si dividono, scendono giù i pellegrini per visitare lo spazio dedicato alla venerazione della Santa e rimangono su coloro che intendono partecipare ai riti liturgici ordinari, ciò per evitare commistioni e disturbo reciproco. Le grotte, va detto per completezza di trattazione, non sono esclusivamente di natura naturale ma ve ne sono anche di natura artificiale quali quelle che, in miniatura, ripropongono la grotta di Lourdes in cui ci si imbatte pressoché ad ogni piè sospinto, pure negli spartitraffico (a via Mazzini a Campobasso ad esempio). A Larino la grotta allestita in modo che richiami quella francese, con la collocazione al suo interno della statua della Madonna Immacolata in scala 1:1 è a grandezza naturale, mentre non è naturale il contesto in quanto fiancheggiata da una arteria di comunicazione dalla fattura moderna con il rumore del traffico che non permette la meditazione sul Mistero Divino, l’ambientazione non è idonea per la preghiera la quale richiede il silenzio. Passando dal sacro al profano ci sono, poi, i “grottini” trasformati in pub ma è tutto un altro discorso.
Le feste popolari e i loro spazi
Ci sono posti già belli e pronti per una manifestazione, in particolare i tratturi quando passano vicino ad un centro abitato, predisposti “naturalmente” per rievocazioni della transumanza; il passaggio un tempo di pastori è stato il soggetto di feste popolari a Campodipietra, S. Giacomo degli Schiavoni, Boiano, ecc.. Si rievoca con più efficacia evidentemente se si ripropone il transito delle bestie, ma dato che il numero dei capi di bestiame che si sposta dai monti alla piana del Tavoliere si è fortemente ridotto, è rimasta solamente la famiglia Colantuono a conservare l’orientamento zootecnico transumante, ci si limita a riproporre alcuni aspetti della vita pastorale, dalla preparazione del formaggio alla tosatura delle pecore. È legato al fenomeno ancestrale della transumanza anche se di questa origine ha conservato unicamente il fatto che si svolge su un pezzo di tratturo e che i protagonisti della esibizione sono gli animali che un tempo la effettuavano, la Corsa dei Carri di S. Martino in Pensilis.

Qualcosa di simile, e, però, più recente è la competizione dei cavalli denominata il Palio delle Quercigliole sul Castel di Sangro-Lucera a Ripalimosani. In ambedue i casi il terreno in cui si svolge la gara seppure parte integrante del percorso tratturale viene sentito come un tracciato a sé stante, alla stregua della pista di un ippodromo. Ha valore, cioè, di per sé, indipendente dal “regio tratturo” di cui è pur sempre un segmento. A S. Martino in cui la tradizione della corsa dei bovi è molto consolidata esso ha l’accezione di un luogo rituale, ha qualcosa della “via sacra”, tanto è l’attaccamento della popolazione a quella sua costumanza la quale ha un po’ il valore di rito fondativo della comunità. Cambiamo ora argomento ma rimaniamo sempre agli eventi tradizionali e rimaniamo al tema della location per tali eventi. Tra di essi vi sono le sagre attraverso le quali si fa promozione delle peculiarità locali nel campo della enogastronomia. Tra queste si citano, perché tra le più famose, la festa dell’Uva di Riccia, quella del Grano di Jelsi, la festa della Madonna della Ricotta di Pietracatella, la sagra dei Ravioli di Scapoli e quella della Castagna sanmassimese. È quest’ultima significativa della difficoltà di trovare all’interno dell’agglomerato edilizio spazi liberi di dimensione sufficiente per l’allestimento di stand e per il parcheggio degli ospiti. Infatti si tratta, S. Massimo, di un borgo posizionato su uno sperone fiancheggiato da incisioni vallive per cui vi è carenza di superfici pianeggianti disponibili all’uopo e questa è una problematica ricorrente nei centri arroccati in altura che nel Molise sono tantissimi il che costringe a rinunciare all’organizzazione di tali iniziative promozionali con detrimento delle prospettive di crescita del territorio. Capovolgendo il fronte, passando cioè dagli insediamenti sui colli alle periferie dei centri maggiori vediamo che vi è un analogo problema di reperimento di superfici idonee allo svolgimento di manifestazioni collettive non essendo previste nei Piani Regolatori nelle Zone di Espansione urbana, in genere, piazze e nemmeno mercati all’aperto se non le Aree di Attesa del Piano di Protezione Civile; non ve ne sono neanche al CEP che è il principale quartiere periferico del capoluogo regionale considerato per molti aspetti un quartiere-modello.

Gli unici ambiti di discreta estensione che risultano pedonalizzati all’esterno della città consolidata, in gergo urbanistico quella ormai satura, sono i centri commerciali. Sono strutture introverse, architetture che adottano una tipologia distributiva centralizzata con i locali di vendita presenti che convergono su una sorta di piazza, un momento comune progettato in modo esteticamente accattivante, meglio addirittura di una piazza ordinaria perché coperto e riscaldato, dove è possibile lo svolgimento di eventi. Tornando nel nucleo urbano si deve rilevare che si prestano bene per particolari iniziative, tipo i Mercatini di Natale o i Presepi Viventi, le parti più antiche dell’abitato in cui spesso vi sono vani, ci stiamo riferendo a quelli collocati a piano terra, un tempo stalle, botteghe artigiane, negozietti, rimesse, venute meno le ragioni funzionali originarie, attualmente rimasti inutilizzati. Continuando a saltare da un argomento all’altro, beninteso tutti riguardanti i siti di svolgimento di manifestazioni popolari si ritiene che sia opportuno una loro programmazione, non che vengano lasciati al caso, all’estemporaneità. In uno slargo di opportuna grandezza si potrà prevedere l’ubicazione dell’Albero di Natale, fisso non mutevole anno per anno, piante prese al vivaio, basta piantumare un’essenza arborea aghiforme che evolverà in un esemplare maestoso da addobbare nel periodo natalizio. Il campanile il quale, per antonomasia, sta in ogni paese consente l’esibizione dei Vigili del Fuoco che, travestiti da befane, all’Epifania scendono dalla cella campanaria per portare i regali ai bambini se non che il numero dei pompieri, data l’estrema frammentazione insediativa che si registra nel Molise, ben 136 Comuni, da impegnarsi allo scopo sarebbe elevatissimo per cui solo a Campobasso, noblesse oblige, viene effettuato questo spettacolo. Ci sono, infine, manifestazioni che si possono fare perché vi sono condizioni fisiche in un’entità urbanistiche idonee: il Volo dell’Angelo a Vastogirardi può tenersi perché vi è uno slargo in cui si fronteggiano una casa e la chiesa di S. Maria delle Grazie ad una distanza ottimale per tendere un cavo d’acciaio su cui scorrerà, sospeso nel vuoto, il bimbo travestito da angioletto che va incontro alla Madonna.


L’archeologia industriale
La nascita della protoindustria è, in qualche modo, connessa con l’inizio della globalizzazione. Non è un’affermazione paradossale se si riflette sul fatto che le iniziative produttive da quel momento in poi utilizzano macchinari diffusi ovunque. In altri termini, mentre in passato si impiegavano per la produzione dei beni attrezzi costruiti in loco da cui ne conseguirono specifici metodi di lavorazione, da quel momento in poi le macchine sono di serie. C’è, poi, l’emergere della figura dell’ingegnere che formatosi nei politecnici introduce innovazioni apprese nel suo corso di studi; tra gli esempi possiamo citare l’ing. Martino e l’ing. Scarano i quali, rispettivamente, si impegnano, non solo in qualità di tecnici, ma pure di imprenditori, nel lanificio di Sepino, che prima era una gualchiera, e nella centrale idroelettrica di Trivento, collegata ad un antico pastificio. Le trasformazioni conseguenti alle nuove attrezzature riguardano oltre che la meccanizzazione del lavoro, anche l’incremento della produzione la quale aumenta considerevolmente. La cosiddetta rivoluzione industriale non avvenne, va sottolineato, tutta in un solo momento potendosi distinguere più fasi in relazione ai tempi di diffusione delle innovazioni, al passaggio graduale dalle macchine in legno a quelle in metallo, costruite in Italia (certo, non nel Molise) oppure, frequentemente, importate dall’estero. Diventano così rapidamente obsolete le attività preesistenti a cominciare dalla follonica (in cui avviene la macerazione della lana che successivamente doveva essere cardata e filata per farne dei panni) di Altilia alla fornace di Montevairano fino alle pincere di località Pincera di Boiano chiuse negli anni ’70 del secolo scorso; per questa, o almeno per le prime due, si deve parlare più propriamente di archeologia tout-court piuttosto che di archeologia industriale. Quest’ultima concerne, quindi, accanto ai fabbricati nei quali hanno sede le lavorazioni, i macchinari impiegati; non ultimo è l’interesse per le modifiche che la fabbrica apporta agli stili di vita di chi vi opera all’interno e delle rispettive famiglie.

Se in precedenza si era abituati a risiedere vicino al posto di lavoro, la casa sui campi come succede in larghe parti della nostra regione o la bottega artigianale al piano terra della propria dimora nei centri storici di qualsiasi paese molisano, in seguito le persone sono costrette a spostarsi per raggiungere il luogo di lavoro. Cambia, inoltre, il ruolo della donna che in particolare nell’industria tessile, ve ne erano diverse qui da noi, usa com’era a stare al telaio in maniera complementare ai servizi domestici, assume le funzioni di operaia. Gli stabilimenti produttivi all’inizio stavano nel perimetro urbano, specie quelli legati al trasporto ferroviario delle materie prime, in entrata, e dei prodotti, in uscita, mentre in seguito, anche prima delle individuazioni di apposite zone urbanistiche, si localizzano in campagna. Negli aggregati abitativi rimangono, dunque, delle imponenti strutture inutilizzate che vengono riconvertite, volta per volta, ai fini residenziali, i mulini Ferro e Martino a Campobasso, o commerciali, il pastificio Maddalena ad Isernia che ospita un centro di distribuzione libraia della ditta Cosmo Iannone. In genere, lo si ripete, essi non si trovavano nel cuore degli abitati, neanche la fabbrica di campane di Agnone nonostante sia quella di Marinelli un’impresa artigianale che ben si addice agli ambienti storici, bensì ai margini dell’edificato, in tangenza con le principali linee di collegamento come la ferrovia. In definitiva è nei nuclei insediativi che scompaiono quasi del tutto le tracce delle iniziative industriali, rintracciabili, invece, nell’agro rurale per l’assenza qui di prospettive di reimpiego del costruito o, semplicemente, dell’area di sedime. Ciò non significa che nel territorio agricolo esse si siano conservate, in quanto la mancanza di una destinazione qualsiasi produce abbandono.

Di nuovo, di fronte a tale processo di evoluzione e/o involuzione dei volumi occupati da industrie, tornano in gioco le questioni delle esperienze esistenziali: se il lavoro contadino era immutabile le esigenze imprenditoriali mutano di continuo in relazione alle richieste di mercato o semplicemente per il necessario rinnovamento tecnologico. Per di più questi cambiamenti del mondo produttivo avvengono ad una velocità che non era conosciuta dalle generazioni precedenti. Le fabbriche nascevano e morivano con una notevole frequenza, oppure si aveva la sostituzione all’interno dei capannoni delle produzioni, si pensi al tabacchificio di Boiano o al sansificio di Trivento, e ciò è avvenuto fino a quando il comparto produttivo locale ha dovuto soccombere alla grande industria con la quale non è stato possibile competere per cui si è avuto un arretramento generalizzato delle produzioni che venivano fatte nel meridione e, dunque, in questa regione. I vecchi capannoni, quando non demoliti, sono stati destinati a funzioni marginali quali magazzini o depositi (quello dell’Enel a via Gazzani nel capoluogo regionale) e, nel migliore, per così dire, dei casi, diventano annessi a moderne attività; per quanto riguarda questa ultima casistica si rileva che essa è davvero rara in quanto sono poche, tra queste c’è La Molisana, che sono state attive per un periodo prolungato tale da dare luogo a stratificazioni edilizie. Se da un lato le caratteristiche spaziali dei fabbricati industriali li rende appetibili per scopi differenti, per via dell’ampiezza dei locali, senza suddivisioni interne, la quale consente la flessibilità distributiva, dall’altro lato strutturalmente essi non si rivelano idonei in riguardo delle norme sismiche in vigore. Essi devono comunque essere oggetto di tutela se non altro in quanto testimonianze di un particolare periodo storico; non va trascurato, però, per alcuni la loro rilevanza architettonica tanto più interessante in quanto sono datate in un periodo nel quale ai manufatti industriali non era ancora riconosciuto il diritto di avere una dignità estetica. Nella fase primordiale si è avuta la trasposizione del linguaggio formale dell’architettura colta nel settore degli edifici utilitari per cui abbiamo che l’impianto idroelettrico di S. Massimo, che è degli anni ’20, tende ad assomigliare con i suoi archetti ciechi a coronamento della facciata ad una chiesa romanica con il corpo più alto che serve quale cabina di trasformazione richiamante il campanile, e, quello di Limosano, la centrale Covatta, presenta motivi liberty quale rivestimento esteriore. Ad ogni modo le fabbriche hanno bisogno di ampie finestrature che conferiscono un’illuminazione adeguata ed uniforme in grado di assicurare la luce per le postazioni lavorative e ciò deve aver ispirato i pionieri del Funzionalismo nella progettazione delle attrezzature contemporanee, ben addicendosi alle esigenze igieniche «razionaliste» che si affermano nel mondo delle costruzioni. Non esiste proprio l’opportunità, per il salto di scala dei fabbricati, di caratterizzare gli stabilimenti secondo gli stilemi dell’architettura rurale per cui la loro immagine costituisce un elemento dirompente nel paesaggio.

Segni orizzontali e verticali nel paesaggio
In genere le chiese che sorgono nell’agro non hanno campanili, ma semplici velette in facciata che sostengono la campana e le uniche eccezioni sono quelle delle architetture religiose annesse ai pochi conventi presenti in regione, affiancate da campanili come si vede a Canneto, S. Vincenzo al Volturno, S. Brigida a Civitanova del Sannio. Salvo questi ultimi e le torri di vedetta di origine medioevale (la Rocca di Oratino, la torre di Caselvatico a Cercemaggiore, ecc.) nel nostro territorio rurale non sono presenti strutture verticali. Pertanto dovette suscitare impressione il veder sorgere agli albori dell’industrializzazione corpi di fabbrica che si sviluppano in altezza nelle nostre campagne. Le ciminiere degli stabilimenti per la fabbricazione di laterizi sono i primi elementi ad apparire, ovviamente dopo le torri campanarie e quelle difensive di cui sopra, nel paesaggio molisano, prendi quelle particolarmente elevate alla Taverna di Cantalupo e ad Isernia vicino alla confluenza tra il Sordo e il Carpino, ma anche meno alte come quella di Petrella prossima al corso del Biferno. Manufatti slanciati che, però, non si spingono molto in su perché devono essere caricate della “materia prima”, le pietre calcaree, dal di sopra sono le fornaci per la produzione di calce dalla forma tronco-conica di cui un esemplare ben conservato è adiacente alla stazione ferroviaria di S. Agapito che, perciò, è ben visibile da chi percorre la tratta Campobasso - Roma. È da evidenziare che mentre i manufatti verticali moderni sono di tipo cilindrico, rastremandosi man mano che raggiungono la sommità, quelli precedenti hanno pianta quadrangolare (del resto campanili fatti da un cilindro sono rari qui da noi, probabilmente solo a Campodipietra e a S. Polo dove, in verità, è semicilindrico, ambedue affiancati alla chiesa parrocchiale, e neanche vi sono torrette isolate aventi il perimetro di base tondo). Sempre cilindrici, ma accoppiati fra loro e, a volte, racchiusi in un involucro parallelepipedo (vedi La Molisana), sono silos a servizio delle attività molitorie di nuova generazione i quali sono pure alti: nelle campagne costituiscono segni imponenti (dalla Bifernina si scorge un gruppo di silos unitario nel territorio rurale di S. Martino in Pensilis particolarmente vocato alla coltivazione cerealicola), mentre in area urbana essi sono equiparabili per elevazione ai palazzi residenziali multipiano tanto che attualmente non si percepisce che il fabbricato per appartamenti distribuiti su 8 livelli collocato all’incrocio tra via Mazzini e corso Umberto a Campobasso era un tempo un mulino, di proprietà della famiglia Martino. In altri termini, i mulini in città si notano meno che nelle zone agricole perché qui le case sono basse. I silos, va spiegato, sono dei grandi contenitori ad alimentazione verticale nei quali si introducono, appunto dall’alto, i cereali da sottoporre a molitura.

Rimanendo nel centro abitato, riscontriamo che in pressoché ogni paese, salvo che non vi siano alture all’interno del perimetro insediativo (come a Campobasso e Pietracatella) il serbatoio dell’acqua è sorretto da una torre in modo che la quota da esso raggiunta e di conseguenza il livello piezometrico sia tale da garantire l’approvvigionamento idrico di tutte le abitazioni; la loro configurazione che è a fungo è formata da due cilindri sovrapposti, il primo lungo e stretto, il secondo basso e lungo appoggiato sul primo. Le eccezioni sono, per quanto riguarda la configurazione, quello in seguito abbattuto, di Vastogirardi di stile neoromanico per ambientarsi al luogo in cui è collocato, il castello (richiama una torre e, però, nel Molise solo a Carpinone e Torella le strutture castellane hanno torri che svettano sulle mura) e, per ciò che concerne la localizzazione, quello di Torella che è distante dal nucleo insediativo. Unicamente quest’ultimo rispetta il tema che ci si è proposto di trattare e cioè le opere connotate da verticalità presenti nelle zone extraurbane, lo si ammette, ma ciò nonostante si è ritenuto necessario effettuare una breve panoramica sui serbatoi costruiti dalla Cassa per il Mezzogiorno per illustrare le caratteristiche tipologiche essenziali di tali manufatti. Per completezza si segnalano tra le strutture verticali le torri per le telecomunicazioni, ad esempio quella di Montagano. Contrastano con i modi architettonici dell’edilizia rurale, specialmente dal punto di vista dimensionale, tanto le costruzioni che si sviluppano verticalmente tanto quelle che lo fanno orizzontalmente, quindi i capannoni, sia per la zootecnia sia per le iniziative produttive. Per quanto riguarda le fabbriche occorre evidenziare che nella fase della proto-industria alcune lavorazioni tendevano a disporsi su più piani e nella nostra regione il caso esemplare è quello del lanificio Martino di Sepino. Qui l’energia che si sfruttava era quella idraulica per azionare i vari macchinari (della cardatura, della filatura, della tessitura). Le acque del vicino torrente Tappone mettevano in funzione una turbina ed il vortice che si veniva a determinare trasformato in moto rotatorio era trasmesso ad un albero verticale il quale si estendeva per tutti e due i livelli del fabbricato. Da questo albero la rotazione passava ad un albero posto orizzontalmente o meglio a due alberi ruotanti in orizzontale, uno per piano; a tali assi di trasferimento in direzione orizzontale del movimento mediante cinghie erano collegate le diverse attrezzature meccaniche. Vi era, dunque, una fonte centrale di energia e per far sì che i macchinari non fossero troppo distanti da tale fonte era necessario che l’albero da cui si diramano i secondari che per primo veniva mosso dalla forza idrica fosse unico; da ciò ne deriva che i meccanismi dovessero essere posizionati su livelli sovrapposti. Tutto quanto ciò per evitare dispersione energetica. Nel medesimo periodo della prima industrializzazione, che è quella dell’archeologia industriale, si registra la compresenza di un modello opposto di edificio produttivo, questa volta con sviluppo in piano che si afferma nel campo della fabbricazione dei laterizi.

Ciò è determinato dall’introduzione di una nuovissima tecnologia, quella del forno Hoffmann, che rivoluzionò il sistema di produzione: era il calore dei carboni ardenti trasportato da carrelli su rotaie in un tunnel che si spostava per “cuocere” le cataste di mattoni “crudi” poste lungo il suo percorso così evitando che il fuoco si spegnesse e non più queste ultime che venivano allontanate e sostituite da altre dopo la cottura con la temperatura della fiamma scemata, come avveniva nelle vecchie fornaci di laterizio alimentate con legna. Dunque, il volume allungato di tali stabilimenti deriva dal cammino che deve compiere il fuoco la cui gradazione rimane costantemente elevata. A Cantalupo è stato di recente ricostruito pure il livello superiore dove venivano lasciati ad essiccare i mattoni. Successivamente, negli ultimi decenni, gli opifici assumono una sagoma orizzontale a seguito dell’avvento dell’energia elettrica che viene distribuita secondo linee di trasmissione che vanno in senso orizzontale. È la nascita del capannone, diffuso ovunque, il quale è sempre un’opera prefabbricata, cioè, non costruito “in opera”, composta da più moduli che si aggregano fra loro a secondo dell’esigenza dell’azienda con l’illuminazione che proviene dall’alto tramite le aperture a shed sul tetto. Infine, si riscontra un ulteriore tipo di struttura verticale su base quadrata che è quella delle cabine di conversione del voltaggio dell’energia elettrica trasformando la tensione, le più belle delle quali sono quelle affiancate alle centrali idroelettriche che assomigliano a campanili accostati alle stesse centrali che sembrano chiese, vedi S. Massimo.

L'artigianato
Per combattere la crisi economica che stiamo attraversando si sono formulate molte ricette per la ripresa produttiva; tra queste non può essere compreso il rilancio dell’artigianato perché questo è un settore che richiede decenni per poter nuovamente decollare, mentre oggi occorrono risposte immediate a sostegno dell’occupazione. Per imparare un mestiere artigiano occorre un apprendistato lungo, ma anche la disponibilità di botteghe per formare i giovani, le quali, però, oggi nel Molise sono in numero davvero limitato.

L’artigianato è diventato tutt’al più una fonte di integrazione del reddito come succede ad Isernia dove casalinghe o inoccupate lavorando il tombolo forniscono un qualche aiuto alla famiglia. Gli artigiani qui da noi sono quasi tutti anziani e si stenta a trovare giovani che vogliano imparare gli antichi lavori, neanche quando si tratta della famosa fabbrica di campane di Agnone. Ciò che è successo negli ultimi decenni è davvero grave perché si è disperso il sapere centenario di pastai (i pastifici erano molto diffusi ad Agnone, a Isernia, a Cantalupo e così via), di mugnai (l’ultimo mulino ad acqua è stato quello di Baranello, il mulino Corona), di produttori di laterizio (le fornaci di Ripalimosani, di S. Pietro Avellana, di S. Agapito e diverse altre), per non citarne che alcuni. Si tratta di conoscenze, quelle artigianali, che una volta perdute sono difficilmente recuperabili. Si parla tanto di innovazione industriale quale campo su cui puntare per fronteggiare la crisi: si potrebbero trarre vari spunti dall’osservazione dei procedimenti artigianali del passato, studiando, ad esempio, le tecniche dell’arte dell’acciaio traforato di Campobasso, oppure della tessitura della lana di Sepino. Finora, al contrario, si è assistito con indifferenza alla chiusura delle botteghe, senza rendersi conto del patrimonio che in queste era contenuto. Per molti versi è un mistero la scomparsa dei mestieri storici che sono stati liquidati in modo incosciente. Tutti vogliamo diventare bancari, impiegati pubblici e, comunque, addetti ai cosiddetti «servizi», cioè il settore terziario, anche perché convinti che su di esso si baserà la società del futuro. Si preferisce, dall’altra parte, fare gli operai alla catena di montaggio, mettiamo nello stabilimento FIAT di Termoli, piuttosto che imparare qualche arte per aspirare a diventare un mastro artigiano. È proprio un segreto indecifrabile la dissoluzione della tradizione artigiana.

Chi più ha lottato per la conservazione della cultura artigianale molisana è stato sicuramente più che la Formazione Professionale della Regione l’Istituto d’Arte di Isernia, fondato con il sostegno del Comune un secolo fa come scuola serale per giovani apprendisti. Da pochi mesi si è conclusa la mostra organizzata nella nuova sede di via Berta per celebrare (e giustamente perché questo non è uno dei tanti istituti professionali cui si iscrive chi odia studiare) il centenario di questo istituto scolastico. In tale occasione sono stati presentati al pubblico i prodotti dei vari laboratori i quali sono ancora la spina dorsale di questa istituzione, anche dopo che essa diventata statale si è andata omologando per certi versi alle scuole secondarie superiori del medesimo indirizzo. Se è vero che questo istituto, in cui in origine insegnavano prevalentemente esperti artigiani tanto che i docenti venivano chiamati maestri e non professori come si è fatto in seguito, nel tempo ha modificato parzialmente la sua natura esso ha, ad ogni modo, cercato di mantenere i rapporti con la realtà della produzione. Qui si insegna la ceramica, la tessitura, la fusione dei metalli, la grafica misurandosi pure con le esigenze della serializzazione della odierna “società di massa”. La produzione in serie è inevitabile se non si vuole che la lavorazione artigiana rientri nella nicchia degli oggetti di lusso. Molte volte per essere inclusi in tale categoria non conta tanto il materiale di cui sono formati quanto il fatto che sono pezzi unici. La contraddizione dei nostri tempi, come qualcuno ha detto, è che siamo, da un lato, così benestanti da non saper fare più lavori manuali e, dall’altro lato, con un reddito non sufficiente a consentirci di acquistare cose fatte a mano. Attraverso il legame con la macchina si corre, però, il pericolo che l’artigianato rimanga sempre più senza artigiani e ciò, del resto, è quanto è già successo all’agricoltura che, per via della spinta meccanizzazione, è priva adesso di contadini, almeno nel basso Molise dove è questa la realtà che si sta vivendo. Con l’introduzione di procedimenti produttivi mutuati da quelli dell’industria si riesce a soddisfare la domanda dei turisti in cerca di souvenir: è quanto succede ad Agnone con gli oggetti in rame il cui numero si è moltiplicato nonostante le due «ramere» poste lungo il corso del Verrino siano da tempo chiuse e sparite le botteghe nel centro storico (salvo quella di Mazziotta alla Ripa). Il folclorismo spinge a rivendere nella cittadina alto molisana oggetti in rame che vengono da fuori, quasi fossero fabbricati dagli artigiani locali. Questo non è un imbroglio a danno dei visitatori, ma la regola nelle località turistiche se è vero che anche a Firenze si vendono lavori a tombolo eseguiti a Isernia fatti passare per merletti toscani.

A quest’ultimo proposito va sottolineato che prima l’artigiano non esportava salvo che nei paesi vicini durante i giorni di mercato e ciò era determinato dalla distribuzione fra le varie comunità in un dato territorio delle capacità artigianali: a Campobasso e Guardiaregia i vasi in terracotta, a S. Massimo i cesti, ad Agnone il ferro battuto (oltre il rame), a Frosolone le forbici e i coltelli, a Sepino i panni di lana e via dicendo. Si esportavano unicamente, pure oltre i confini nazionali, le pregiate «lame» di Campobasso. Il legame con il luogo era indispensabile per l’artigiano non fosse altro che per il reperimento della materia prima per le loro fabbricazioni; si pensi alla creta per i «pignatari» che deve consistere in una argilla abbastanza pura, oppure ai gambi di quel particolare “cultivar” di grano e ai giunchi rispettivamente per l’intreccio della paglia e per la preparazione dei canestri di vimini. Il rapporto con il posto è fondamentale, ovviamente, per la trasmissione del sapere artigiano, anche se ciò, in verità, non sempre è vero come testimonia la presenza di un pittore di icone a Petrella Tifernina e l’attività di amanuensi e miniaturiste praticata dalle suore di S. Vincenzo al Volturno. Non ci si sorprenda, non sono citazioni casuali, quelle contenute nel periodo precedente, e nemmeno inappropriate in quanto il confine tra l’espressione artistica e il lavoro artigianale è sottile e, perciò, per i prossimi cento anni l’Istituto d’Arte di Isernia se non vuole trasformarsi in una accademia delle belle arti in sedicesimo dovrà impegnarsi affinché i suoi allievi non siano interessati esclusivamente alla conoscenza delle arti visive, ma anche, e soprattutto, all’apprendimento di un mestiere artigiano!

La casa sull'albero


La casa sull’albero è innanzitutto un simbolo. Essa contiene il richiamo ad una vita primitiva il che vuol dire ad una dimensione esistenziale ben diversa da quella dei giorni d’oggi nei quali ci troviamo sopraffatti dalla ricerca di soddisfacimento di bisogni non essenziali, assuefatti ai meccanismi imposti dalla società del consumismo. Già ai primordi della civiltà moderna, in contrapposizione alla caoticità delle nascenti metropoli congestionate fin dall’inizio dal traffico, inquinate, ieri più che ora, dagli scarichi industriali gassosi, in atmosfera, e liquidi, nei corsi d’acqua, cominciò ad affermarsi il mito dell’uomo selvatico, il «buon selvaggio» di Rosseau, tipo Tarzan o inselvatichito, tipo Robinson Crusoe, con la letteratura sette-ottocentesca che narra di isolotti sperduti nell’oceano e di foreste inospitali in cui l’individuo trova riparo in minime e improvvisate strutture abitative. Si tratta di libri, in quanto libri, per giovani e adulti, ma sono soprattutto i bambini a subire la fascinazione delle capanne. La casa sull’albero è stata il sogno dell’infanzia di ciascuno di noi, un luogo isolato e perciò fuori dallo sguardo dei genitori, il campo giochi ideale. La casa sull’albero, ancora, si porta dietro nell’immaginario collettivo l’idea di protezione dai pericoli del mondo esterno e questa è una connotazione che origina da molto lontano risalendo alla preistoria quando l’uomo si accampava sulle piante per sfuggire agli animali feroci. La casa sull’albero, sempre lei, è, inoltre, nel modo di sentire comune qualcosa di romantico rimandando a fatti avventurosi i cui protagonisti sono autori di gesta eroiche. La casa sull’albero per il suo essere una cosa davvero inconsueta costituisce anche un oggetto misterioso che suscita curiosità e ciò, il mistero, la rende attraente. La casa sull’albero procura una forte emozione per la sua arditezza dal punto di vista costruttivo, un manufatto ben diverso dalle costruzioni ordinarie; la sua concezione appare, non lo è realmente, una sfida alle leggi della statica sospesa com’è nell’aria. Il suo divergere dalla tecnica edificatoria in modo tanto dirompente procura meraviglia. Sempre in riguardo al campo dell’attrazione sentimentale bisogna evidenziare un ulteriore risvolto dell’emotività quella connessa alla natura il rispetto della

quale, nell’epoca attuale, ci vede particolarmente coinvolti, la parola d’ordine odierna, in ogni settore, è la sostenibilità. Nello stare in una casa sull’albero si sperimenta un contatto “ravvicinato” con una fondamentale componente del sistema ambientale qual è la vegetazione, basta non disturbare gli uccelli nel nido. L’artefatto umano e l’elemento naturale si compenetrano quasi fra loro; e ciò che auspicano i sognatori ecologisti, anche se, in effetti è una visione utopica. Si percepiscono sensazioni pure attraverso il corpo stesso come il provare il senso di vuoto ai propri piedi allorché si sta nella casa sull’albero; Non ci si può definire a tale quota dal suolo né abitanti della terra né propriamente dell’aria. È un’esperienza fisica che trasmette emozioni il mutamento della prospettiva visiva che si ha da qua su. È una faccenda corporea che coinvolge anche la psiche il brivido che si avverte arrampicandosi sulla scala a pioli in legno indispensabile per accedere alla casetta che è, in qualche modo, in equilibrio precario semplicemente appoggiata com’è al tronco. A suggerire pensieri fantastici non vi è solo la posizione sollevata dal terreno, ma pure le dimensioni della casa che fanno pensare alle dimore degli hobbit ovvero degli elfi, che ci fanno credere di vivere in una favola. Non vale la pena e, però, lo si fa lo stesso sottolineare che tale casetta dal sapore fiabesco è fatta non per i bambini in quanto è qualcosa di pericoloso, bensì per i “grandi” che qui tornano a sentirsi bimbi. È da dire, in aggiunta, che ha un fascino particolare il sedersi accovacciati dentro a un simile rifugio “aereo” non potendo rimanere, di certo, in posizione eretta nell’abitacolo, un volume minimo per non dover recidere troppi rami il che ne fa un ambiente o, meglio, microambiente intimo. L’atmosfera di intimità si accresce nelle ore serali favorita dall’assenza di un impianto di illuminazione. La tranquillità è garantita maggiormente se la predetta casa è sita in un giardino, un sito, per sua natura, appartato.

A quest’ultimo proposito è da considerare che le case sugli alberi sono evidentemente delle stravaganze e, pertanto, una “componente di arredo” appropriata per i giardini i quali sono i luoghi deputati alle fantasticherie (si pensi ai Giardini di Bomarzo); esse possono fungere da decoro di tali spazi, specie di quelli progettati in stile “pittoresco”, la passione degli inglesi, accanto ad una finta caverna o a un laghetto artificiale. Diversamente, un artefatto di tale tipo rientra nel gusto del Burlesque poiché è una sorta di “architettura tascabile” destinata a stupire gli ospiti. Il proprietario se coltiva l’hobby del fai da te produce la casetta in autocostruzione. Fare da soli permette di avere un pieno controllo sull’intero procedimento costruttivo, adattando la propria idea iniziale alle condizioni reali dell’esemplare arboreo prescelto. Non si segue, esegue, un disegno architettonico astratto modellando la piccola struttura in relazione alla conformazione della pianta. Il design non si è mai occupato di una cosa del genere e la ragione forse è che la capanna appare quale tema retrò, non roba d’avanguardia. La pratica hobbistica non rassicura in toto né rispetto al mantenimento in salute dell’essenza arborea la quale corre il rischio di deperire né nei riguardi della stabilità del riparo. Per quanto concerne il primo aspetto occorre che la mutilazione dei rami per inserire nell’albero il tavolame sia limitata, per il secondo è prudente che il capanno abbia una certa indipendenza dalla pianta per evitare che subisca scuotimenti dovuti a raffiche di vento le quali fanno oscillare le chiome. Va a favore di sicurezza, da un lato, l’impiego di puntelli sui quali scarica, almeno in parte, il peso della casetta, dall’altro lato la fissazione a punti esterni fissi della stessa tramite cavi di ancoraggio che ne impediscono un dondolamento eccessivo. Il passo iniziale è la scelta della pianta la quale deve essere sufficientemente resistente.

I filari di alberi a corredo delle strade
Il Codice della Strada non ha nessun articolo per disciplinare le alberature stradali, mentre il suo Regolamento di Attuazione tratta questo tema quando fa divieto ai privati di piantare essenze nella propria proprietà in vicinanza del limite della strada se l’altezza cui può arrivare l’albero è inferiore alla distanza tra questo e la sede viaria. In mancanza di una norma per le alberature pubbliche gli enti gestori della viabilità fanno riferimento alla disposizione valida per i privati. È del 1992 il Codice per cui è inevitabile che da quella data non siano stati più impiantati alberi sulle arterie all’esterno dei centri abitati; tutti quelli presenti sono precedenti a questo anno per cui, tenendo conto che, in genere, si tratta di conifere le quali hanno una vita breve, sono quasi tutti vecchi. Una volta abbattuti essi non possono essere sostituiti ne è consentito ripiantare nuovi alberi al posto di quelli malati; a dire la verità, a volte, si dichiarano da parte dei gestori della viabilità ammalorate piante che forse non lo sono per una forte paura che si è instillata nei cantonieri per via di alcune condanne per omicidio colposo inflitte a tecnici preposti alla sicurezza stradale dopo la morte di persone colpite da tronchi venuti giù. In effetti, non si ha l’eliminazione contemporanea delle essenze arboree in un tratto viario, bensì un po’ per volta come si può riscontrare sulla Bifernina nei pressi di Guglionesi. Il problema non è solo il crollo dell’esemplare arboreo perché ad esso si aggiunge quello delle radici che penetrano sotto l’asfalto sollevandolo e mettendo così a rischio il transito delle auto ed è ciò quanto paventato sulla fondovalle del Biferno un po’ prima del conservificio. Un’altra minaccia per la sopravvivenza della vegetazione ai lati dei tracciati stradali è il loro allargamento che rischia di far diventare le strade delle piste automobilistiche, ad assomigliare ai circuiti della Formula 1, per intenderci, senza che vi sia neppure un po’ d’ombra. Un esempio virtuoso, anche se difficilmente replicabile, è quello effettuato dalla Comunità Montana di Boiano lungo il collegamento secondario Guardiaregia-Sepino in prossimità di località Cantoni con il muro di sostegno interrotto, attraverso una risega, per salvare una quercia a bordo della carreggiata. Gli alberi, oltre che ornamento viario, servono per ombreggiare, valore che oggi è in disuso poiché le strade non si percorrono più a piedi o sui carretti, semmai in bici; sia che si tratti di pini o cipressi sia di pioppi, le piante che costeggiano le sezioni viarie non producono fiori o frutti per cui vengono considerate alla stregua di oggetti inutili, tutt’al più di valenza estetica, trascurando la loro capacità di creare ombra, una cosa impalpabile, non concreta. L’ombra è essenziale per le piste ciclabili come si può riscontrare alle porte di Campobasso in direzione di Ferrazzano: se si eliminassero i platani ai limiti della provinciale diventerebbe meno attraente passeggiare con o senza bicicletta su questa pista.

Gli unici alberi che si incontrano transitando sui nuovi collegamenti viari (vedi, ad esempio, la fondovalle Tappino o la cosiddetta Falcionina tra il bivio di Morrone e quello di Bonefro) sono quelli, di frequente abeti rossi, che delimitano le aree di servizio alla stessa maniera che in città, i parcheggi (nel capoluogo regionale quello di via Manzoni). Si è fatto cenno al significato estetico delle piante a corredo delle strade, adesso affrontiamo il tema del ruolo paesaggistico che assolvono. Se è vero che senza gli alberi vicino alle strade qualsiasi quadro panoramico sarà più povero e ciò preoccupa, ancora più evidente è il depauperamento dell’immagine dei luoghi quando ci troviamo in zone come il basso Molise in cui le presenze vegetali sono scarse. L’alberatura della campagna nelle aree della bonifica è davvero limitata, riducendosi ad alcuni frutteti di recente impianto. In alcuni ambiti della fascia litoranea la flora è rappresentata unicamente dalle specie ripariali. Delle grandi distese forestali, si prenda il Bosco Tanasso del quale è sopravvissuto il toponimo, che un tempo ricoprivano questa parte della regione sono rimaste alcune querce a punteggiare i campi di grano e di girasole. Abbiamo, perciò, un paesaggio aperto anche perché pianeggiante, senza ostacoli che limitino la vista; è un carattere identitario, ovvero il genius loci, da tutelare e rispettare al quale misurare la permanenza o meno delle alberature stradali.

Vi sono comprensori molisani nei quali il territorio rurale è connotato da filari arborei che delimitano le particelle agricole. Tali formazioni vegetali lineari disposte sulle rive dei fossi richiamano figurativamente, formate come sono da essenze arboree di fusto alto che si susseguono fra loro ad intervalli abbastanza regolari, le alberature viarie; sono maggiormente frequenti, però, le siepi a ripartire gli appezzamenti agricoli o a delimitare i percorsi campestri. Di tali specificità paesaggistiche si deve tener conto nella valutazione del taglio degli alberi lungo le arterie viarie. Finora abbiamo parlato genericamente di essenze arboree, adesso specifichiamo che le piante ai margini delle carreggiate sono per lo più dei pini (in Toscana i cipressi). Quando sono pini marittimi, quelli ad ombrello, un caso è la statale Garibaldi all’uscita del capoluogo regionale, essi si trovano ad avere quale contrappunto visivo nel medesimo contesto paesaggistico quelli che svettano sulle dimore signorili poste al centro delle tenute agricole, costituendo i segni più significativi in quello scorcio percettivo, specie se spoglio, i primi allineati fra loro, i secondi solitari. I filari di conifere che ornano alcune vie storiche, all’ingresso di Casacalenda per esempio, sono capaci di trasferire nell’ambiente agreste il gusto affermatosi nel XIX secolo negli insediamenti urbani, anche molisani, per i viali per il passeggio e per le specie vegetali, in qualche modo, esotiche. Lasciamo la questione del paesaggio ed entriamo nelle tematiche ecologiche riconoscendo che non sono le conifere le piante più adatte per catturare il particolato emesso dagli autoveicoli in transito in quanto sarebbero più utili varietà vegetali con foglie larghe (e magari un po’ rugose); per il rumore prodotto dai mezzi di trasporto vanno meglio le siepi le quali possono essere delle efficaci barriere fonoassorbenti oltre che avere funzione filtrante per gli inquinanti. All’inizio di questo intervento si è fatto cenno al 1992 come termine finale della piantumazione di alberature stradali, ora si fornisce la datazione iniziale la quale coincide con la costruzione della nostra rete viaria che è ottocentesca: il significato storico insieme a quello paesaggistico fanno di diverse strade molisane dei percorsi di interesse turistico che gli americani chiamano greenway. Le strade «verdi», tra le quali potranno essere classificate alcune esistenti, dovranno essere arredate con piante robuste, adatte ai microclima locali e, ciò non guasta, capaci di assorbire quanta più possibile anidride carbonica. A quest’ultimo proposito si segnala che da poco sono stati pubblicati i risultati di una ricerca californiana denominata « i-tree », tra i quali vi è quello che se il pioppo (abbiamo il pioppo cipressino lungo la SS 17 nella piana di Boiano) è vero che si sviluppa velocemente, ma dura poche decine d’anni, la quercia (la roverella per il prof. Blasi è l’albero tipico del Molise) cresce lentamente ma vive secoli, diventando un autentico magazzino di CO2.
Il monastero di S.Brigida a Civitanova

Che cos’è un campanile se non il mezzo per avvisare, insieme oppure in supplenza dell’orologio o della meridiana (su una chiesa a Frosolone), dell’inizio di un certo momento della giornata. Le campane, rigorosamente della vicina Agnone nella quale già a quel tempo si fabbricavano, segnano con i loro rintocchi le ore canoniche del mattutino, cioè l’avvio delle attività lavorative, del mezzodì, quindi la sosta per il pranzo, del vespro, allorché si concludono gli impegni di lavoro, della sera, ovviamente il coricarsi. Accanto a questo compito di scandire la giornata di lavoro le campane, con il loro suono, hanno pure quello di chiamare i fedeli alla partecipazione alle funzioni liturgiche. Pertanto lo scampanellio ha un duplice scopo, sacro e profano. È l’equivalente dell’ora et labora di S. Benedetto. La Regola benedettina richiede che venga rispettata la puntualità e questa è, addirittura, la regola, appunto, base della comunità monastica. Un sistema organizzativo per essere efficiente necessariamente si deve fondare su una rigida osservanza delle disposizioni, a cominciare da quelle riguardanti l’orario. Qualcosa di simile troveremo nelle fabbriche moderne e un’anticipazione l’abbiamo qui da noi a Sepino nel lanificio Martino in cui una campanella è posta proprio a fianco dell’ingresso. Solo che le sirene degli stabilimenti industriali risuonano, come è evidente, esclusivamente negli opifici, non pretendono cioè di modulare la vita degli operai nel resto del giorno, tantomeno di indicare loro quando dedicarsi alla cura dello spirito. Riassumendo, i campanili sono una componente imprescindibile di un monastero per cui ve n’è uno in ogni struttura conventuale di quest’Ordine: a Canneto, a S. Vincenzo al Volturno, a Monteverde tra Vinchiaturo e Mirabello, ecc.. Non vi sono altri campanili nelle nostre campagne perché le chiese rurali hanno una semplice vela a sostegno della campana. È da aggiungere, o meglio da specificare, che la presenza di un campanile, opera in genere imponente, non si giustificherebbe se i richiami che da esso provengono fossero destinati esclusivamente ai monaci, sarebbe bastata una vela, mentre ha senso se si considera che il centro monastico è, per l’appunto, il centro di una consistente superficie terriera che è il possedimento dell’abbazia. I benedettini coltivavano la terra anche mediante i coloni ai quali, oltre che ai frati, era rivolto il suono delle campane. Il loro rimbombo ha bisogno di spargersi in un raggio territoriale ampio e per ottenere tale risultato sono necessarie due cose: che le campane siano grandi e che siano collocate ad una altezza ragguardevole il che impone che si costruisca una torre e che quest’ultima sia robusta poiché le campane sono pesanti. I campanili che sorgono nell’agro ci segnalano, in definitiva, che siamo in presenza di un insediamento benedettino inteso quale insieme di convento e di circondario agricolo di pertinenza.

Tale formula, del campanile vicino al complesso abbaziale, che fa la sua comparsa per prima sull’Appennino, da Norcia su quello umbro a Montecassino su quello laziale a S. Vincenzo alle sorgenti del Volturno a De Iumento Albo sulle rive del Trigno e giù proseguendo, si diffonde in tutto il nostro continente. I seguaci di S. Benedetto, riconosciuto infine Patrono d’Europa, con il loro modello vincente di strutturazione del territorio che sotto le insegne della religione contribuisce allo sviluppo socio-economico delle zone in cui si stabiliscono, prendendo le mosse dalla fascia appenninica, la quale così da cuore dell’Italia diviene un polo della rinascita europea nell’alto medioevo, un baricentro non geografico, bensì spirituale, irradiano la loro cultura nell’intera area continentale. Era una Europa durante quella lontana fase storica priva di confini nazionali unificata all’interno del Sacro Romano Impero, in cui le espressioni artistiche, le idee, gli avanzamenti culturali si muovevano liberamente da un luogo all’altro, magari transitando per i vari nuclei monastici. Isolati nell’ambito agreste: a differenza dei conventi degli Ordini mendicanti, un po’ successivi, come i francescani, che erano cittadini, non costituivano i monasteri benedettini, di certo, dei mondi chiusi. Un motto del santo di Norcia, che tra l’altro si trova inciso in una lapide al’interno dell’ex palazzo baronale di Civitanova, è «hic hostis est hospes», vale a dire qui perfino il nemico è ospite, rivela l’attitudine all’accoglienza dei benedettini, atteggiamento che Benedetto ebbe nei confronti dell’aggressivo re longobardo Totila (è il nome di un monte vicino a Civitanova e piace pensare che un legame ci sia). Pertanto, la massiccia torre campanaria di S. Brigida non va scambiata per una torre di guardia, di scolta per avvisare l’avvicinarsi di possibili minacce, va intesa alla stregua di un faro che indica un porto sicuro in cui i viaggiatori che percorrono l’adiacente tratturo Castel di Sangro-Lucera, nell’approssimarsi di un pericolo, possono trovare rifugio. Se si vuol proprio considerarla una torre voluta per proteggersi allora occorre puntualizzare che la protezione cui è destinata è quella dell’entrata del luogo di culto nel quale si accede da un varco al di sotto della predetta torre. Non è l’unico caso nel Molise di un campanile sovrapposto all’ingresso di un’architettura religiosa perché ve ne sono anche altri; vi è la parrocchiale di Torella in cui per raggiungere il suo portone bisogna superare una breve scalinata che si sviluppa in seno al basamento del campanile e la cappella, Cappella è il toponimo della borgata in cui sta, di Baranello, S. Maria ad Nives, nella quale il piano della navata è lo stesso del piano di campagna.

Il campanile di S. Brigida situato com’è al suo centro è parte integrante del prospetto a differenza che in altre strutture ecclesiastiche dove, forse perché aggiunto successivamente (lo si legge chiaramente nella chiesa di S. Nicola a Vastogirardi in cui esso autenticamente penetra all’interno dello spazio cultuale, in maniera brusca), esso o viene affiancato al fronte principale allineato con esso, vedi la cattedrale di Trivento, o sul retro, il duomo di Termoli, o è dissociato completamente dal disegno della facciata, a Lucito nell’edificio parrocchiale, o, addirittura, è staccato dal volume chiesastico formando un corpo a sé, la chiesa madre di Campodipietra; per trovare un altro esempio di architettura religiosa in cui il campanile, nel presente caso due, fa tutt’uno con il prospetto bisogna andare a San Giuliano del Sannio con la sua chiesa principale che ha un campanile per lato.


S. ANGELO LIMOSANO E CELESTINO V

Da questo lato il borgo, la porzione del borgo arroccata, è tangente alla principale arteria di collegamento extraurbano alla quale, a chi la percorre, sembra voler offrire un’immagine di sé ricercata, dal gusto classicheggiante. Il fronte che il paese, il suo nucleo originario, mostra a colui che vi giunge o lo attraversa è dominato dalla successione di due file di arcate di notevole altezza, sovrapposte l’una all’altra, le quali riecheggiano un po’ quelle di un acquedotto romano o qualcos’altro, ma meno, tipo i fornici del Colosseo, troppo aulici; l’abitato in cima al colle per via di tali filari di archi nella sua fascia basamentale presenta dei lineamenti piuttosto monumentali, qualunque sia il riferimento figurativo. Ad accrescere la sensazione per il visitatore, gli abitanti devono esservicisi abituati da tempo, di trovarsi al cospetto di un’opera “magniloquente” è l’impiego della pietra a blocchi squadrati la quale contrasta con l’irregolarità dei conci lapidei utilizzati nelle costruzioni tipiche, tanto case quanto muretti. La funzione di tale duplice teoria di archeggiature è duplice: per un verso è quella di contr-afforte, contro il pericolo di franamenti del rilievo su cui sorge la parte più antica dell’agglomerato urbano, e per un altro verso il suo estradosso funge da sedime del percorso viario che costeggia per un tratto l’insediamento storico, percorso che altrimenti sarebbe dovuto essere a sbalzo. La schiera inferiore degli archi ha un andamento crescente che segue, poiché ne è il supporto, la rampa collegante la zona bassa, novecentesca, a quella alta, medioevale, del nostro centro. La livelletta in gergo tecnico ovvero la pendenza uniforme di tale salita rivela l’artificialità, se così si può dire, del tracciato che contrasta con lo sviluppo altimetrico usuale della viabilità nell’urbanistica tradizionale la quale tende ad adattarsi all’orografia dei luoghi che non è mai regolare, se non nei siti piatti. È un intervento infrastrutturale che serve per il sostegno del versante e per la creazione di una via di accesso comoda all’aggregato edilizio che sta in alto; ha una ragione ingegneristica
e una ragione architettonica, per quanto riguarda quest’ultima quella di risolvere il salto di quota, la discontinuità, tra la S. Angelo Limosano di sotto e quella di sopra, due aggregati con caratteristiche fisiche distinte, mediante una soluzione formale adeguata. La struttura plurimamente arcuata può essere vista quale podio che sorregge, su cui si erge, alla stregua di un acropoli, il cuore antico del Comune dove vi è la chiesa parrocchiale e il palazzo baronale. Sempre riman-endo ai riman-di, alle valenze evocative, ve n’è uno ulteriore che è connesso con la sua stessa imponenza la quale porta ad attribuire l’iniziativa realizzativa, un’attribuzione di senso, ad un potere esterno e non alla comunità locale. Comunque lo si voglia interpretare dal punto di vista semantico è da riconoscere il valore estetico di questa fabbrica caratterizzata dall’alternanza serrata di pieni e di vuoti, di luce ed ombra, una sequenza di chiaro e scuro che di notte si inverte perché le nicchie che di giorno sono buie nelle ore notturne vengono illuminate. Non vi è nel Molise nessun altro muro reso plastico da sporgenze e rientranze, passando da elemento bidimensionale a elemento tridimensionale. Non è un fatto nuovo in territorio molisano invece il camminamento sulla sommità di una murazione, vedi i camminamenti di ronda di Scapoli, Fornelli e Sepino,


è solo che qui l’apparato murario è voltato. In definitiva, è un inter-vento inter-essante e nonostante ciò ha un non so ché d’incongruo se teniamo conto che stiamo nella località dove, è la tesi più accreditata, è nato Celestino V. Egli è stato l’unico Papa eremita, portatore di una visione pauperistica della dottrina cristiana, considerazione in base alla quale, quale luogo natio si addice di più per tale Santo un villaggio caratteristico, meglio se tendente al primitivo, per la sua somiglianza ad un presepe, che, al contrario, un agglomerato insediativo pretenzioso e S. Angelo Limosano è impreziosito dal complesso murario archeggiato, quasi alla stregua, è l’ultima suggestione che si propone, di un’esedra. Pietro che è conosciuto come
da Morrone e non da S. Angelo Limosano, ha lasciato qui una vaga traccia, il nome di una fontana, mentre più consistenti sono le testimonianze della sua frequentazione nell’area circostante, dirette nella badia di Faifoli della quale è stato Abate e indirette, i Celestini in quella di S. Anna di Trivento il cui Abate è stato presente alla sua incoronazione papale in L’Aquila. Vi è, inoltre, l’indizio del convento celestiniano di Ripalimosani e a proposito della compresenza all’intorno di S. Angelo Limosano di ben 4 unità conventuali, una è il convento di S. Francesco a Limosano, è opportuno precisare che i conventi hanno un ambito, indeterminato, di influenza e non un territorio giurisdizionale di competenza per cui nulla vieta che un Comune possa ricadere nel raggio di “azione” di più realtà conventuali nello stesso tempo. S. Angelo Limosano è situato lungo una diramazione del Celano-Foggia che da Sprondasino raggiunge Faifoli convergendo poi verso Campobasso: questa pista tratturale potrebbe diventare il segmento di un Cammino che colleghi i celebri luoghi celestiniani d’Abruzzo con la terra che ha dato i natali al Pontefice del “gran rifiuto”. Se poi per entrare a far parte del circuito celestiniano occorre un eremo, l’emblema di Celestino V, non c’è problema perché nelle strette vicinanze di S. Angelo Limosano c’è la Morgia dei Briganti, una rupe piena di cavità che nel passato si presume (c’è una chiesetta rupestre) siano state celle di eremitaggio oltre che rifugio di pastori e malviventi.


Gli architetti e le case unifamiliare contemporanee
Iniziamo col dire che prima della Rivoluzione Francese gli architetti erano impegnati esclusivamente (o quasi) su temi progettuali importanti come le sedi delle istituzioni pubbliche, i palazzi nobiliari e le chiese, trascurabile essendo il loro apporto nella ideazione delle attrezzature funzionali, prendi il serbatoio dell’acquedotto oppure la casa del custode, due celebri progetti di quelli che vennero chiamati dalla critica gli Architetti Rivoluzionari. Tutto perché queste ultime erano considerate opere minori. Nel campo dell’edilizia domestica erano in voga, per le case di campagna dei ceti abbienti, veri e propri modelli di abitazione offerti da una manualistica di largo consumo per cui si affacciano nell’agro ville in stile palladiano e cottage, realizzazioni che, perciò, non sono frutto di elaborazioni progettuali originali. L’Architettura dell’Illuminismo che era la corrente architettonica più avanzata lontana dall’ossequio alla tradizione e quindi dei modi stilistici del passato, non aveva considerata degna della propria ricerca, in virtù degli ideali rivoluzionari che li animava i quali propugnavano la trasformazione radicale della società intesa quale soggetto collettivo ponendo in secondo piano l’individuo, la questione della residenza e in questo non si distinse dall’architettura passatista.

Bisognerà aspettare i primi decenni del secolo scorso per colmare tale carenza con l’Architettura Moderna che riconosce nella residenza il campo di applicazione addirittura privilegiato dell’attività dei progettisti, sia che si tratti di alloggi popolari sia delle abitazioni di coloro che hanno superiori disponibilità economiche. Per i primi lo stimolo alla costruzione è dato dalle problematiche sociali innescate da un’altra Rivoluzione, quella Industriale, che aveva portato all’inurbamento di masse di lavoratori per i quali urgeva una sistemazione abitativa mentre per le seconde, liberi da tali pressanti esigenze, gli architetti hanno avuto agio di sperimentare, senza vincoli, il nuovo linguaggio, che, in verità informa pure i fabbricati da occuparsi da parte delle classi operaia e piccolo-borghese con lo studio dell’existenzminimum, cioè l’appartamento di taglia minima. Ulteriori, e nello stesso tempo sostanziali, differenze tra le soluzioni residenziali destinate alle categorie lavoratrici e quelle delle persone di reddito maggiore è che le une sono invariabilmente di tipo plurifamiliare e le altre sono unifamiliari; anche se non sono rari appartamenti di pregio in città, prendi i “superattici”. I caseggiati multiappartamento ricorrono solo nel centro abitato, a differenza delle abitazioni singole che sono presenti usualmente all’esterno degli agglomerati oltre che nel territorio rurale. La forma dei condomini risponde a canoni standardizzati che vengono ripetuti in numerose realizzazioni, a volte banali come nel caso delle cosiddette palazzine, a volte frutto dell’analisi urbana di muratoriana memoria, negli esemplari più evoluti, la quale mette in relazione la tipologia architettonica con la specifica morfologia urbana. Quando questo rapporto è ben risolto sia in un’unica iniziativa imprenditoriale sia alla scala di un intero aggregato edilizio, un quartiere, allora si raggiunge una compiutezza dell’immagine urbanistica la quale, invece, non si ha negli ambiti insediativi formati da case sparse, salvo che tale dispersione dei volumi non sia frutto di un preciso disegno e ciò si verifica in quelle lottizzazioni che prendono ad esempio le città-giardino dove la varietà dei corpi di fabbrica immersi nel verde è finalizzata a conferire al luogo un aspetto pittoresco.

Sintetizzando in termini diversi per quel che interessa il discorso che si intende avviare, in città l’edificazione deve tener conto della presenza al contorno di palazzi, di spazi aperti (si ricorda che già con le Siedlung di Francoforte le volumetrie si sono svincolate dalle strade), di eventuali impianti, commerciali, per il tempo libero, lo sport, ecc.; al contrario, sembrerebbe che un contesto agreste offra una grande libertà compositiva specie se si tratta di un episodio edilizio isolato, ma ciò non è vero affatto dovendosi misurare l’architetto con l’intorno paesaggistico se non fosse altro che per un obbligo di legge in gran parte della superficie regionale perché il Molise pressoché interamente è soggetto al vincolo paesistico. È un compito davvero difficile quello demandato al progettista di assicurare la compatibilità con il paesaggio dell’opera, essendo i caratteri delle architetture contemporanee molto distanti da quelli delle dimore agricole tradizionali per cui rischiano di rappresentare un segno discordante nelle visioni panoramiche. Questa è la ragione per cui molti, tra cui tanti geometri, rinunciano alla modernità linguistica per adottare la lingua vernacolare. Su indicazione degli organi di tutela, tradotte
in prescrizioni nel piano paesistico, si assumono materiali e colorazioni considerati tipici del posto e ci fermiamo qui per quanto riguarda questo punto, senza, però, non aver riportato il pensiero di un celebre esponente dell’avanguardia architettonica italiana, Giuseppe Pagano, che riteneva l’architettura contadina un’”architettura pura”, qualcosa che richiama il purismo moderno, la quale segue i dettami della funzionalità, gli stessi che propugna il Funzionalismo, aderisce al sito, all’ambiente fisico, si modella in base al clima (in relazione al quale sceglie, ad esempio, il tetto a terrazza o a falde), risponde al bisogno di economicità, e, pertanto, essa può diventare fonte di ispirazione per i tecnici dei nostri giorni. L’atteggiamento rinunciatario che si è denunciato sopra è anche nei confronti dell’impostazione strutturale della costruzione tendendo a non sfruttare a pieno le potenzialità espressive del cemento armato; si persegue usualmente la regolarità geometrica della struttura, similmente ai fabbricati in muratura, un po’ per motivazioni antisismiche un po’ per tener conto della linea soprintendile seguita nell’istruttoria dei progetti la quale spinge affinché le case da erigersi sul suolo agricolo siano la replica di una casa rurale ideale (nel senso che non esiste!). Forse abbiamo troncato troppo bruscamente l’esame del parallelismo tra costruzioni di città e di campagna e allora lo riprendiamo sottolineando l’ennesima differenziazione la quale è quella che gli stabili cittadini sono stati lungo questi ultimi 100 anni tipicizzati (a torre, in linea, a schiera), cosa che non è avvenuta per quelli monofamiliari campagnoli la cui tipologia edilizia è ancora in corso di sperimentazione non avendo prodotto risultati soddisfacenti i tentativi, quello delle case a patio, della pianta a L e così via finora esperiti.

Il rito del fuoco e la struttura urbanistica

Oggi abbiamo perso, specie nei centri maggiori, il senso della strada come luogo di incontro e, in definitiva, come elemento di coesione sociale. Nella vita quotidiana ci si muove prevalentemente in auto sopraffatti da impegni che impongono la riduzione dei tempi di spostamento. È talmente forte l’abitudine ad usare l’automobile che anche per andare a passeggiare per il Corso a Campobasso, prendiamo la macchina, un’autentica contraddizione in termini. Partiamo proprio da qui, dalle aree pedonali come lo è il centro del capoluogo regionale, per sviluppare qualche riflessione sul rapporto tra lo spazio stradale e la comunità. La pedonalizzazione può essere permanente come nel caso del Quartiere Murattiano oppure temporanea ed è quando viene stabilito dalle autorità in occasione di manifestazioni di durata tutt’al più giornaliera. Tra queste vi sono quelle di tipo tradizionale, si prenda il fuoco che si accende nel rione S. António Abate della “capitale” del Molise nella giornata dedicata alla celebrazione del Santo. Sono da sottolineare due cose a proposito della capacità dell’evento di riportare la gente per strada, quindi di rinsaldamento dei rapporti interpersonali. La prima è che si tratta di una festa di quartiere, ma nello stesso tempo sentita dall’intera collettività cittadina per cui si riversano in questo luogo durante tale festività moltissime persone, tra cui persone che difficilmente avrebbero un altro modo per incontrarsi. La seconda è che vi è un forte elemento catalizzatore il quale è il ceppo tenuto acceso l’intera serata, un falò che per l’occupazione di suolo che comporta e per il disagio, si pensi al legno polveroso accatastato e alla cenere, che arreca a chi abita nei pressi non potrebbe trovare ospitalità che in una zona periferica come è appunto tale settore urbano.

È da aggiungere che siamo nel centro storico, l’ambientazione ideale per simili spettacoli ancestrali, per di più in una piazzetta, quella antistante alla pregevole architettura chiesastica medioevale, location raccolta rispetto a quella di una piazza vera e propria la quale sarebbe uno spazio più dispersivo, meno idoneo per favorire i contatti umani, sovradimensionato in relazione al rogo del legname che arde comunque contenuto. Il fuoco è una calamita che attira inevitabilmente chiunque, ma qui è chiamato a raccogliere intorno a sé innanzitutto i “santantuniani”, chi vive nella zona; che poi ci venga pure il resto dei campobassani ben, appunto, venga, rimanendo, ad ogni modo, un’iniziativa, l’organizzazione della festa, che non ha finalità turistiche. Del resto in tanti centri molisani vi è la costumanza di accendere una catasta di legna all’aperto in determinate occasioni festive per cui ci sarebbe troppa concorrenza (Carpinone, S. Massimo, ecc.). Anche a livello nazionale l’appeal è limitato, per la diffusione di tale usanza un po’ ovunque. Ha assunto, invece, intenti turistici la ‘ndocciata, tanto che a quella tradizionale che ha luogo la Vigilia di Natale se ne affianca un’altra all’Immacolata per consentire a chi, non essendo di Agnone e non volendo rinunciare al cenone natalizio a casa propria, voglia assistervi.

Questa delle faglie che bruciano è una sfilata, il fuoco qui non è più fermo bensì in movimento, con il pubblico che rimane immobile al passaggio del fantasmagorico corteo di queste torce. Va rilevato che, però, ha perso il carattere, quella che si tiene l’8 dicembre, di chiamata a raccolta della cittadinanza, oltre che di quella che vive nel nucleo urbano di quella che risiede nelle campagne con le contrade che si autorappresentano attraverso le ‘ndocce al seguito; le diverse borgate fanno quasi a gara, la competizione è sul numero di fascine ardenti, fiaccole raggruppate a formare un ventaglio per ogni portatore; non si è più partecipanti di tale speciale fiaccolata bensì spettatori il che ne fa scemare la carica di occasione per il rinsaldamento dello spirito comunitario. A ben vedere il senso di comunione della società è più forte quando si è in circolo e liberi di muoversi come succede a S. Antonio Abate a Campobasso, il caso che si è citato prima, che quando si è allineati, in “duplice filar” direbbe il poeta, e stando fissi (anche per non perdere il posto specie se si è nella posizione migliore per assistere allo spettacolo data la calca), lungo la direttrice che va dall’Ospedale Civico al centro storico. Per sentirsi più uniti è meglio uno slargo che un percorso, si può stare in circolo, la situazione campobassana, mentre se fai parte di una fila di persone ai lati di una via, la situazione agnonese, coloro che formano il filare opposto sono dei dirimpettai, non dei “vicini”, il che limita la possibilità di mettersi in relazione, non si può certo attraversare via Roma. Il fuoco la fa da padrone anche in epoca moderna sotto forma di fuoco d’artificio. All’incendio del castello di Termoli se ne vanno aggiungendo di ulteriori come quello del campanile del santuario micaelico di S. Angelo in Grotte, sono spettacoli pirotecnici mediante i quali si simulano le bombe fiammeggianti che incendiano gli edifici. Si tratta di rappresentazioni di grande effetto capaci di coinvolgere residenti e forestieri che, però, non forniscono un contributo reale all’irrobustimento del senso di comunità non fosse altro che, perché i cosiddetti spari possono essere osservati da posti diversi, non c’è bisogno di stare insieme il quale, invece, è la base di ogni consorzio umano.
Il ripostiglio sul balcone
Nelle case, già da alcuni decenni, sono spariti i ripostigli in ossequio si può dire alle teorie dell’exsistenzminimum. Queste sono collegate all’architettura razionalista la quale qui da noi, se non in un periodo molto più tardo rispetto a quello in cui è nata tale corrente architettonica, gli anni ’20 del XX secolo, ha avuto poca diffusione. Essa, comunque, ha lasciato alcune tracce di sé nella concezione dell’alloggio tra le quali quella dell’eliminazione dello sgabuzzino. È da dire che, magari, esso era presente nella versione originale dell’appartamento e che è scomparso in seguito. Va precisato che, inoltre, che il nostro argomento è centrato sul tema della veranda la quale è un elemento che è stato introdotto successivamente alla loro costruzione prevalentemente nei fabbricati pluriplano edificati a partire dal secondo dopoguerra. Le due ultime considerazioni vanno collegate nel senso che si tratta ormai di unità abitative, quelle nelle quali si è aggiunta la veranda vissute, a volte, da 2 o più generazioni che hanno avuto necessariamente, in relazione ai cambiamenti degli stili di vita, concezioni differenti dello spazio abitativo; peraltro la diversità denunciata è ancora più, di nuovo, diversa se si tiene conto dell’ampia diversificazione, termine con la medesima radice, nella composizione sociale e quindi, culturale la quale si contrappone all’omogeneità, ovviamente per classi, delle epoche precedenti. Così come ogni nucleo familiare, quando non anche ogni componente dello stesso, ha un proprio bakground, una propria maniera di vedere il mondo e sé stesso/i condizionato da suggestioni ricevute dalla moda, dalla televisione, dai contatti ormai più facili con altre realtà, così ogni dimora ha una sua storia. Quando un’unità abitativa è, appunto, abitata da persone dello stesso ceppo parentale, magari ricevuta dai figli in eredità da parte dei padri, allora subentra una sorta di condizionamento, per così dire, psicologico per cui si è restii ad effettuare cambiamenti sull’immobile per i legami emotivi che si hanno con l’assetto attuale per via dei ricordi ad esso connessi, mentre se si subentra, per acquisto, in una abitazione in precedenza di proprietà altrui si hanno meno remore ad apportare modifiche alla distribuzione dei locali.

È certo, si fa molta fatica oggi ad abitare i moduli residenziali disegnati nel periodo in cui le “palazzine” sono state lo schema tipologico fisso che ha accompagnato l’espansione urbana dell’ultimo mezzo secolo; esse prevedevano, senza variazioni, la suddivisione dell’appartamento in zona giorno e zona notte, la distinzione tra cucina-pranzo e salotto, il corridoio di smistamento delle camere. Ciò discendeva, da un lato, da questioni di tipologia edilizia, ma, dall’altro lato, da ragioni antropologiche, dall’idea piccolo borghese, il famoso ceto medio, di famiglia, di modo di vivere che si rispecchia pure nell’organizzazione dello spazio domestico. Diventa addirittura discutibile, alla stregua di un format indovinato, la suddivisione interna dell’alloggio, anche quando questo ha superficie estremamente ridotte, in camerette che risultano quasi compresse a causa dei pochi metri quadri a disposizione; non bisogna rinunciare a nessuna delle destinazioni d’uso della casa dei sogni a cominciare dal salottino che in quanto ambiente di rappresentanza è frequentato solo in occasione delle visite. È pur sempre exsistenzminimum, ma senza la ricerca della funzionalità dei primi architetti moderni. È più facile apportare adattamenti agli appartamenti nelle strutture in cemento armato il quale cominciava ad affermarsi in quell’epoca che in quelle in muratura in quanto le prime sono in pianta puntiformi ingombrando così di meno: ciò conferisce maggiore flessibilità nella progettazione d’interni con parola ormai in voga. Invece, se il fabbricato è formato da setti murari esso risulta rigido planimetricamente e, perciò, per ottenere una nuova disposizione spaziale occorre lavorare davvero di fino. Per riprendere il cuore del discorso che si è annunciato prima, quello della veranda, bisogna dire che il balcone che è assente per minimizzare i costi nei “casermoni” popolari del Novecento (è strano, ma pure il palazzo INCIS in piazza ora Falcone e Borsellino a Campobasso non li ha) è una presenza fissa nelle costruzioni di livello più elevato, per gli impiegati, commercianti, professionisti. Non è più quello di una volta destinato prevalentemente a posizionarvi i vasi di gerani che sono poco profondi, mentre adesso la tecnologia del c.a. consente sbalzi pronunciati e, di conseguenza, profondità superiori. Ci occupiamo, per il ragionamento che stiamo seguendo, di quelli che sono, immancabilmente, adiacenti alla cucina i quali sono balconi singoli non balconate. Il luogo del cucinare è stato, prima che venisse rivalutata tale attività, uno spazio di servizio ed il balcone annesso era considerato avere il medesimo connotato. Come ogni locale secondario che si deve la cucina affaccia sul retro della casa, non sul fronte principale, e con essa il balcone che lo segue. La tendenza che si afferma è quella di concentrare tutto quanto è ritenuto di servizio in un unico angolo dell’appartamento e ciò determina che anche lo sgabuzzino traslochi qui per far posto al “secondo bagno” che viene ad occupare lo spazio precedentemente destinato a custodire gli oggetti, dalle scope all’armadietto per gli attrezzi, (non i contenitori per la raccolta differenziata, un’esigenza contemporanea), che non è elegante tenere a vista. Il “bagnetto”, anch’esso di servizio, in verità in alcuni casi viene ricavato proprio nel balcone prossimo alla cucina e sul quale, di frequente, affaccia la finestrella del bagno concepito già nella pianta dell’alloggio; per quanto riguarda quest’ultima annotazione è da ritenere che tale scelta progettuale si sia andata affermando successivamente alla decadenza dell’uso a dispensa per i prodotti alimentari freschi del balcone della cucina per l’introduzione dei frigoriferi e del supermercato sotto casa con il banco frigo. La vicinanza costante con la cucina si spiega per questi aspetti i quali conferiscono a tale balcone il connotato di balcone, in qualche modo, di servizio; si aggiunge, per completezza, che anche la cantina perde il suo ruolo iniziale, essenziale per gli alimenti a lunga conservazione, sostituito dai punti vendita della grande distribuzione, per diventare mero locale di sgombero. Si segnalano, inoltre, abusi consistiti nell’eliminazione del balcone tra cucina e veranda, che rimane senza termosifone, per farne un unico vano, ma questa è un’altra storia. La veranda si lega a tutto questo, rendendo percepibile l’evoluzione che ha subito oggi l’alloggio.
I cambiamenti in architettura
Molto di quello che pensavamo di sapere relativamente al costruito è ormai superato o, comunque, necessita di un aggiornamento. Partiamo dalla campagna, con c’è più la compenetrazione in un unico manufatto architettonico della funzione abitativa con quella produttiva. Le costruzioni tradizionali in ambito rurale prevedono la collocazione degli annessi agricoli al piano terraneo e la residenza a quello superiore. È stata, per secoli, una regola costante come dimostrano tantissimi esempi di fabbricati collocati nell’agro molisano. Oggi si tende verso una mancata distinzione fra i locali di abitazione

e quelli destinati a rimesse, stalle, ecc. neanche più affiancati bensì posti a distanza. Compaiono corpi di fabbrica assolutamente nuovi, dalle stalle ai silos per mangimi alle tettoie per il ricovero degli erbaggi o dei trattori. Passiamo adesso alle località turistiche dove sono ubicate le “seconde case” che prima erano essenzialmente villette unifamiliari e, poi, sono diventate alloggi inseriti in complessi residenziali per vacanze come dimostra, in particolare, Campitello in cui la maggioranza dei fabbricati è costituita da grandi residences mentre le casette isolate occupano una quota residuale dell’edificato concentrato nel Villaggio EPT.

Oggi sta emergendo una nuova tendenza che va a sostituire il turismo di massa per il quale si erano predisposti gli enormi immobili plurifamiliari caratterizzati dalla innovativa tipologia in linea, per l’epoca e per il Molise, nella stazione di sport invernali per i vacanzieri della neve; a Campomarino, invece, le palazzine per gli amanti del mare hanno caratteri ordinari. Oggi l’orientamento dei flussi turistici è verso l’Italia Minore e ciò porta alla modifica dell’offerta alloggiativa che ora è ricavata all’interno del patrimonio edilizio storico. Vediamo di seguito alcune trasformazioni nel campo dell’architettura svincolate da un luogo preciso. L’immagine della casa, singola o in condominio, è ormai mutata

rispetto a quella del passato, gli edifici che si vanno costruendo appaiono come se fossero rialzati da terra per lasciare posto al livello stradale al garage. In rapporto con la strada stavano nelle palazzine i locali per negozio fin quando in epoca contemporanea gli esercizi commerciali sono trasmigrati in appositi volumi, i supermercati, nelle Zone di Espansione Urbana, prendi l’Oasi in via Insorti d’Ungheria a Campobasso. Continuano a occupare il piano basamentale di palazzi a uso abitativo solo nelle Zone di Completamento, prendi il grande magazzino DOC in via Pascoli nella medesima città; è tale parte della Zonizzazione Urbanistica costituita da aree sature nelle quali è impossibile reperire lotti liberi da destinare a edifici specialistici per il commercio.

Nel Centro Storico per completare la carrellata sulle Zone del Piano Regolatore, che non ha superfici non edificate i piani terra delle schiere edilizie non sono sfruttabili per ospitare supermarket e nemmeno minimarket in quanto si tratta di strutture formate da maschi murari che, di certo, non possono essere abbattuti per creare gli ambienti ampi richiesti dall’odierna organizzazione degli spazi di vendita; trovandoci in un ambito pedonalizzato, a tratti, le scalinate, assolutamente non accessibile alle auto, il problema non è rappresentato dai parcheggi per gli acquirenti ma innanzitutto dalle caratteristiche fisiche dei locali. Non è, comunque, pur essendo un elemento dirompente rispetto alle forme architettoniche che hanno connotato il panorama cittadino fino all’avvento della contemporaneità, il supermercato come fabbricato autonomo il fatto più significativo nella trasformazione del paesaggio urbano. Specie nei piccoli comuni dove spesso il supermercato non c’è. Il segno più forte, peraltro quello che ha la primogenitura tra le componenti che hanno modificato l’aspetto dei centri abitati, sicuramente quelli minori, è rappresentato dalle scuole. Esse sono state realizzate ovunque, in ogni agglomerato insediativo di questa terra come del resto d’Italia, nel secondo decennio successivo alla fine del Secondo Conflitto Mondiale.
L’istituzione della Scuola Media Unificata nel 1964 con l’allungamento dell’obbligo scolastico fino a 14 anni diede una spinta decisiva all’incremento degli edifici per l’istruzione, in precedenza solo in alcune realtà comunali erano presenti attrezzature scolastiche appositamente costruite. Siamo di fronte ad architetture per il tempo fortemente innovative che dovettero suscitare se non sconcerto qualche stupore nella cittadinanza per le estese finestrature, la disarticolazione volumetrica, i tetti, a volte, ad unica falda e così via. Esse vennero progettate seguendo modelli ministeriali e con essi norme tecnico-prestazionali stabilite a livello nazionale le quali, ad ogni modo, non arrivavano a definire esattamente la tipologia edilizia lasciando campo aperto alla sperimentazione architettonica. La configurazione formale delle scuole è inevitabilmente in contrasto con quella delle costruzioni esistenti e tale discordanza la si coglie con nettezza quando vengono ubicate in centro storico come nel caso della scuola media di via Pietro Micca nel nucleo antico di Agnone. Le scuole accanto al loro significato intrinseco, importantissimo perché legato alla crescita intellettuale dei giovani ne ha avuto anche uno, decisivo, di spinta all’evoluzione architettonica rappresentando fonte di ispirazione.
INSEDIAMENTI RUPESTRI
C’è insediamento rupestre e insediamento rupestre. Nessuno è uguale all’altro semplicemente perché nessuna roccia è uguale all’altra, anche quando ha stessa composizione geologica. Noi qui ci interessiamo degli ammassi rocciosi calcarei, beninteso affioranti, con o senza grotte, anche perché sono le formazioni lapidee più frequentemente utilizzate quali siti insediativi.

Esistono, comunque, va precisato, pure nuclei abitati che si posizionano su rilievi costituiti da sabbie compatte che presentano cavità sfruttate dall’uomo a scopo abitativo o per rimessa, se non al loro interno ai margini come succede con le grotte di Montenero di Bisaccia e di Macchiavalfortore. Vi è una, fra quelle legittime, distinzione da fare fra i centri che definiamo rupestri ed è tra quelli, in verità uno solo, Campobasso, in cui le cavità si sviluppano in verticale e quelli, viceversa dove esse sono di tipo orizzontale. Una suddivisione utile per cercare di mettere ordine nella congenie degli abitati rupestri specificando, però, che la presenza di grotte o caverne che dir si voglia è una condizione “sufficiente”, ma non “necessaria” per includere un comune in tale tipologia di agglomerato abitativo; ciò che conta è che lo strato di roccia sia superficiale, visibile o meno, meno quando è occultato dai volumi edilizi che vi si sono sovrapposti come succede nel capoluogo regionale. Passiamo ora, per far emergere le peculiarità, alla comparazione in relazione a differenti aspetti tra quanto succede a Campobasso e ciò che si verifica negli altri comuni “rupestri”. La prima differenza, che è la maggiore, è il fatto, lo si è detto, che nella principale città molisana gli antri stanno ben nascosti alla vista alla stregua dei normali vani sotterranei di normali palazzi, per cui il conglomerato urbano, per precisione la sua parte storica, non perde quel carattere di urbanità che tanto conviene ad una capitale di regione. Mica come accade nei paeselli aggrappati alle “morge” le quali rubano la scena all’edificato nelle vedute d’insieme dell’aggregato che è composto di un tot di case e di un tot, se non superiore più appariscente, di spuntoni di calcare. Da Bagnoli a Pietracupa a Pietrabbondante l’immagine che deriva da tale prevalenza della componente, per così dire, minerale che è, per quanto riguarda il ragionamento in corso, una manifestazione naturale su quella architettonica che è, invece, antropica è quella di primitività, alla stregua di un villaggio preistorico.

Ad una età remota, alla preistoria, rimandano anche le cavità della rupe di Pietracupa le quali se in seguito vennero adibite a prigioni (la pena oltre alla perdita della libertà era la privazione della luce) originariamente dovettero servire da abitazioni. Tale segno, nell’immaginario collettivo, l’adattarsi a vivere in un luogo scomodo, in mezzo alle pietre, ha la potenzialità per trasformarsi in un’attrazione turistica trattandosi di episodi urbanistici inconsueti, cosa che non succede a Campobasso sia perché le grotte non sono a vista, neanche la loro entrata la quale è nell’androne, solitamente, della costruzione, sia perché sono, o si ritengono, di proprietà di privati i quali hanno facoltà di non permetterne la visita. Limitando il confronto a quei centri dotati di cavità, tanto se penetranti nelle profondità del sottosuolo quanto se svolgentesi in piano, e quindi a Campobasso, in cui si trovano le prime, e a Pietracupa, dove vi sono le seconde, vediamo che in ambedue le realtà esse costituiscono il livello basale di una stratificazione di ambienti, dentro e fuori terra, ad uso umano.

Nel capoluogo del Molise le cavità fungono da cantine, depositi se non suggestivi locali notturni con ai piani superiori, quelli al di sopra della quota di campagna, le residenze, ma non è escluso che al loro estradosso, almeno parzialmente, vi sia uno spazio a cielo aperto, come sembra accada a Piazza S. Leonardo la cui grotta sottostante fu utilizzata, tanto ampia è, quale ricovero della popolazione durante la II Guerra Mondiale. A Pietracupa siamo di fronte a due autentici fraintendimenti della natura delle grotte: l’uno riguarda le citate carceri, funzione che la fantasia popolare ha attribuito alle cavità posizionate in corrispondenza del locus presunto del castello il cui costume è di collocare nell’interrato le celle di reclusione nonché, come pure si favoleggia qui, le camere di tortura; l’altro concerne la bellissima chiesetta ipogea che è in asse con la chiesa parrocchiale, ma che, peraltro manca un accesso diretto da quest’ultima, non può essere assolutamente scambiata per la sua cripta. Essa piuttosto per la scabrità delle sue pareti, l’irregolarità in pianta che sono gli immediati rimandi alla Grotta di Betlemme assomiglia ad un eremo e, però, si è in ambiente urbano e non in montagna.
Visto che abbiamo appena accennato alle sedi di romitaggio, visto che stiamo parlando di sovrapposizioni alle cavità, visto che siamo in vicinanza di Pietracupa, appena oltrepassato il confine con Salcito, vale la pena dare un’occhiata alla Morgia dei Briganti, seppure sia un’emergenza rurale, e non solo per curiosità perché la sua osservazione aggiunge qualcosa al tema: essa in quanto a grotte è multistrato, presentando grotte ad altitudini diverse, come in un condominio pluripiano nel quale hanno alloggiato eremiti, pastori e, come dice il nome, briganti. La Morgia dei Briganti che si è servita per guardare da un’insolita angolazione il giustapporsi di cose di vario genere alle grotte, tra cui le stesse grotte, ci serve pure per affrontare un ulteriore argomento in questa rassegna su ciò che distingue gli insediamenti rupestri fra loro, ed è quello della sicurezza. Le grotte venivano sfruttate dai banditi quale nascondiglio, non proprio un presidio difensivo, mentre le morge rappresentavano un valido baluardo di protezione. Ciò non tanto perché punti alti, requisito, comunque, opportuno poiché garantiva la sorveglianza dell’intorno, quanto per la forte inclinazione dei loro fianchi che le rendeva inespugnabili. A dimostrazione si offre il parallelo tra il Castello Monforte che è al vertice di Campobasso e quello dei duchi D’Alessandro ubicato non al livello sommitale di Pescolanciano avendo prediletto l’ubicazione su una morgia. Vale la pena aggiungere che se, quando le strutture castellane vennero costruite, tale posizione rappresentava un vantaggio poiché le rendeva inaccessibili, nei tempi moderni è risultata uno svantaggio per la medesima ragione e così molte sono state abbandonate (a Bagnoli, Pietracupa, ecc.).
I centri abitati nel paesaggio

In tante cartoline illustrate dei comuni molisani la foto ha al centro del panorama l’insediamento abitato. Questo posto sempre su un’altura domina il quadro paesaggistico in cui si alternano campi coltivati e macchie boschive. È un’immagine suggestiva anche perché rimanda al medioevo quando i nostri borghi vennero fondati, con poche eccezioni tra le quali Boiano e Venafro che essendo di origine romana non stanno sul colle, bensì in pianura; a quest’ultimo proposito vale sottolineare che in ogni epoca le città sono situate in piano e i villaggi sopra un rilievo.

Rimanendo alle cartoline è ovvio che esse siano tendenzialmente oleografiche per cui vi compare sullo sfondo la casetta tradizionale, l’albero secolare e così via, ma ciò non può essere imputato solo a esigenze di marketing riflettendo anche l’immaginario collettivo dove una certa Italia minore è racchiusa nella visione fatta da agglomerati storici arroccati in cima ad un picco morfologico. Al di là dello stereotipo è una delle rappresentazioni più incisive del paesaggio collinare delle regioni appenniniche nel quale la struttura insediativa, che era di tipo compatto, ha una indiscussa centralità per il suo grande peso simbolico. Noi costruiamo ancora oggi mentalmente quali riferimenti territoriali gli scorci prospettici aventi come fulcro l’aggregato edilizio storico. In effetti, è un modo corretto se si tiene conto che il fatto urbano, in maniera estremamente forte, è rivelatore dell’antropizzazione che ha subito il territorio italiano anche negli angoli più remoti. Qui non esistono luoghi selvaggi, ogni contesto pur lontano dai poli dai quali si sono irradiate le civiltà essendo frutto del lavoro di generazioni di contadini, artigiani, ecc. Il paesaggio molisano compreso quello delle valli sommitali del Matese e delle Mainarde, risulta, se non costruito, impregnato dell’azione dell’uomo. Il rapporto tra opera umana e componente della natura non è stato, comunque, di sopraffazione, bensì di ricerca dell’armonia; rende chiaro tale concetto la situazione dei centri abitati con il nucleo antico che fa tutt’uno con l’emergenza rocciosa su cui sorge il quale è ben più stabile delle espansioni recenti sviluppatesi su aree argillose. È da dire ancora che il paesaggio collinare è molto più delicato dal punto di vista idrogeologico di quello di pianura e perciò l’edificazione dei villaggi, cominciando dalla scelta del sito, ha richiesto una grande attenzione imponendo un atteggiamento estremamente rispettoso nei confronti dell’ambiente. Nella nostra regione pure è corretto fare un richiamo alla civilizzazione urbana quella, anche se a scala ridotta, che ha informato, a partire dall’Età dei Comuni, la parte mediana della penisola, con la specificazione che qui al posto delle città si hanno realtà insediative distribuite nel territorio piccole e, però, capaci di essere un riferimento per l’intorno. Invece, dunque, di città borghi di dimensioni contenute che appaiono, con i loro campanili svettanti quasi in ogni visuale panoramica con lo sguardo che inevitabilmente si concentra su di essi.

Si è nominato di frequente il Molise, che non è una cosa unitaria, presentando zone rimaste escluse dallo sviluppo dei decenni passati e aree più avanzate: i cambiamenti nelle prime sono stati minimi per l’impianto e il pericolo maggiore urbanistico è costituito non dalle trasformazioni incongrue, bensì dall’abbandono. L’isolamento vissuto da interi comprensori come l’altissimo Molise ha favorito la conservazione nel tempo del suo paesaggio, mentre la collocazione su aree rilevate dei paesi ha impedito l’affiancamento ad essi di capannoni. Osservando da vicino quello che da lontano sembrava un insediamento omogeneo si nota che, il più delle volte, è formato da differenti parti. Gli insediamenti sono cresciuti su sè stessi, Isernia con il suo schema viario romano all’interno del quale sorgono edifici con facciate ottocentesche, esemplifica bene ciò, oppure vi sono quelli che si estendono fuori le mura, rimanendo così la zona più antica inalterata, ed è quanto è successo a S. Massimo. Si tratta di modelli urbanistici diversi, quello per il nucleo di origine medioevale con una disposizione radiocentrica o a ventaglio dei percorsi e quello per l’ambito di espansione che è di tipo lineare seguendo questa le direttrici viarie. La matrice originaria rimane, però, evidente riuscendo a non rimanere soffocata dai rimaneggiamenti subiti nei secoli e specie negli ultimi tempi a Torella, a Tufara, a Gambatesa e in svariati altri comuni. Una vicenda particolare è quella dei paesi toccati dalla ferrovia poiché nei pressi della stazione ferroviaria che sta necessariamente in basso, essendo impossibile per la linea ferrata seguire i dislivelli, nasce un’appendice urbana, connessa o meno (S. Agapito Scalo) con il resto dell’agglomerato e la connessione vi è a Carovilli dove la stazione è in una conca valliva. Soffermandosi su quanto appena detto è da aggiungere che la crescita urbana o si attesta ai lati delle principali arterie che penetrano nel centro abitato o sceglie una superficie pianeggiante (Piana S. Leonardo di Larino) per l’ampliamento, mai sfrutta una dorsale o uno sprone. Di spunto in spunto, i tracciati ferroviari e soprattutto stradali realizzati prima, mettiamo della seconda guerra mondiale nonostante siano dei segni moderni non disturbano l’immagine paesaggistica degli abitati, al contrario di quanto fanno i viadotti contemporanei, il caso più eclatante è quello di Cerro al Volturno. I manufatti viari odierni sono sconvolgenti altrettanto quanto un complesso edilizio nuovo affiancato al vecchio borgo se supera certe dimensioni, imponendosi negli scorci visivi che abbracciano il villaggio preesistente.

Un grosso edificio (al di là dell’altezza conta la continuità della massa volumetrica e la superficie esterna impegnata) ingombra lo skyline sia se inserito nella zona urbana esistente sia se all’esterno. I caratteri architettonici dei fabbricati che si pongono nell’addizione urbana non sono quelli tradizionali e anche la distribuzione dei volumi non è la stessa, distanziandosi fra loro le case nella parte nuova, mentre in quella vecchia si ammassavano l’una sull’altra. È davvero difficile ottenere l’integrazione tra i due edificati, certo non con la mimetizzazione degli edifici che si vanno a costruire ottenuta attraverso l’utilizzo di pietra locale in facciata. Se non si è in grado di garantire la leggibilità delle viste panoramiche del borgo arroccato e del suo rapporto con l’insieme ambientale cui partecipa allora, forse è meglio spostare quanto si intende realizzare ad una qualche distanza dall’abitato storico al fine di assicurare la riconoscibilità paesaggistica di tale aggregato, ponendo, comunque, nella individuazione del luogo cura a non alterare gli spazi periurbani che con i loro orti (Agnone), viali alberati (Casacalenda) sono ambiti preziosi (nei centri di montagna, vedi Vastogirardi, l’interesse è la salvaguardia dei rustici destinati a stalle che sono extramurari).
Le porte chiuse nei centri storici

Scegliamo come indicatore per descrivere il fenomeno dell’abbandono dei nostri paesi, preoccupante problema delle aree interne anche molisane, quello del numero di porte chiuse. Si preferiscono le porte ad altre categorie di infissi come i balconi perché non è detto che le case li abbiano o che prospettino sulla pubblica via, oppure le prese di luce, assai belle sono quelle ad occhiello, protette o meno da grate, in quanto non tutti i fabbricati al piano terraneo sono adibiti a servizi e neanche optiamo per le finestre non essendo molte di esse dotate di scuri che qualora chiusi rivelerebbero che l’abitazione, contraddizione in termini, non è abitata.


Il numero di porte chiuse per individuare il numero di famiglie che hanno lasciato l’abitato è un parametro valido, ad ogni porta corrisponde una famiglia, quando l’oggetto dell’analisi sono i nuclei abitativi minori poiché nelle piccole unità urbanistiche il patrimonio edilizio è fatto prevalentemente da immobili unifamiliari. È negli insediamenti maggiori che si afferma il tipo architettonico plurifamiliare, vedi i 2 capoluoghi di provincia, con gli alloggi che si sovrappongono l’uno sull’altro e, peraltro, con gli stabili multipiano affiancati in maniera serrata l’uno all’altro, a costo del sovraffollamento, tanta è la forza attrattiva della polis. Il motivo, è una spiegazione doverosa, per cui l’esame in corso si limita ai borghi e non riguarda le cittadine è perché è in essi che è più forte la tendenza allo spopolamento. Ritornando a noi diciamo che c’è porta e porta. I portoni stanno all’ingresso dei palazzi signorili, a case grandi corrispondono giocoforza porte grandi. Portone e non semplice porta quasi che una superficie edificata superiore debba di necessità avere un varco di apertura superiore (per l’evacuazione in contemporaneo delle persone che vi stazionino?). I portoni delle “case palaziate”, così si denominavano un tempo, sono stati i primi a risultare chiusi e ciò va addebitato a 2 cause: la prima è che gli esponenti della borghesia terriera che li abitavano, una volta entrata in crisi l’economia agricola hanno intrapreso le professioni liberali le quali hanno come luogo di elezione le realtà cittadine, la seconda è che per la loro volumetria consistente sono costose da mantenere. Ulteriore variante della porta è la porticina della “stalluccia”, a sua volta variante della stalla, cioè il ricovero degli animali domestici allevati da ciascuna famiglia, che è stata chiusa, ciascuna porticina, allorché i regolamenti d’igiene hanno vietato la commistione tra esseri animali e esseri umani. Infine, vi sono le porte delle botteghe e dei negozi, tutte chiuse in maniera definitiva, rispettivamente perché le attività artigianali odierne richiedono caratteristiche dei locali ben differenti da quelle del passato (le officine degli artigiani ora sono ubicate nei Piani per gli Insediamenti Produttivi), e il commercio di “vicinato” è stato soppiantato dalla grande distribuzione. Va notato con dispiacere, che si fatica ad intravvedere funzioni alternative per questi vani non esistendo usi per esigenze abitative contemporanee compatibili con essi anche se è doveroso, ciononostante, sperare nella ripresa delle lavorazioni artigiane tipiche le quali si ambientano bene negli aggregati tradizionali se non

nelle stesse botteghe di una volta quali quelle agnonesi tipicizzate dal classico motivo di apertura della porta-finestra. Quanto si è appena esposto è la norma, ma, come è d’uopo, vi è l’eccezione che è quella, trattandosi di spazi che stanno immancabilmente a piano terra e su strada, della trasformazione di alcuni di essi in garages allargandone la porta originaria sufficiente per far uscire l’asino, la “vettura” dell’epoca, ma troppo stretta per l’auto. Vi sono casi in cui, lo si dice per evitare errori, secondo il metodo proposto di identificare la porta con il “focolare” nel conteggio dei nuclei famigliari che sono emigrati, non è facile distinguere le porte destinate all’artigianato o alla vendita da quelle delle residenze, di frequente affiancate ad esse, in quanto spesso hanno le
medesime dimensioni e i medesimi caratteri formali, l’unica distinzione è la presenza del battente, il campanello di oggigiorno; è immediata la distinzione, invece, quando si è difronte ad una struttura con scala esterna in cui l’uscio della dimora è al livello superiore.

LE ARCHITETTURE PER LE ATTIVITÀ COMMERCIALI
Si è avuta una involuzione nella concezione degli edifici commerciali da un secolo ai giorni nostri. Per rimanere alla realtà molisana cogliamo i primi segnali di attenzione al tema del mercato alla fine del 1.800 quando viene realizzato quello di piazzetta Palombo a Campobasso. Fino ad allora gli scambi si svolgevano, in particolari giorni della settimana ed in particolari orari, in spazi non destinati specificamente a questa funzione; è il luogo stesso, la piazzetta Palombo, per la sua posizione appartata dovuta al fatto che non è attraversata da strade, diversamente, per intenderci, dalla piazza Roma di Boiano che il sabato si riempie di bancarelle, che ne consente un uso specializzato. Nell’impiego del ferro per le tettoie pensili c’è un rimando alle architetture per mercati in ferro e vetro coeve, le quali si considerano i primi passi di questa tipologia edilizia che riceverà con il tempo una definita configurazione formale (in verità, nella nostra regione ci sono esempi più antichi di strutture per il commercio, dall’edificio esagonale prossimo al foro di Altilia alla stoa, che è un lungo porticato in cui si installano i mercanti durante le fiere, nel santuario di Ercole Curino a Campochiaro).
Nel secondo dopoguerra sempre nel capoluogo regionale sorgerà il Mercato Coperto opera dell’ing. Mandolesi con il quale questo tema diviene un’occasione di autentica architettura e tuttora il fabbricato di via Monforte costituisce una delle più pregevoli espressioni architettoniche della città. In altri termini, vi è stato un avanzamento nella progettazione dei mercati in cui da questo momento in poi all’attenzione per gli aspetti distributivi che permeano il Mercato delle Erbe di piazzetta Palombo si aggiunge l’interesse per quelli figurativi. Si è detto all’inizio che attualmente, almeno qui da noi, non si scorge una tensione altrettanto forte in riguardo all’espressività nei progetti di spazi per il commercio. Sarà perché si è andata affermando nei decenni trascorsi l’idea del “contenitore”, cioè di un volume edificato, meglio se prefabbricato, disponibile ad accogliere qualunque funzione, che si è imposta nell’immagine del paesaggio rurale e delle periferie urbane, il capannone.

Accanto a questa questione del capannone che ha tra i suoi limiti, i quali peraltro sono pure i suoi meriti, quello dell’adattabilità a qualsiasi uso, dell’intercambiabilità delle destinazioni e, quindi, quella di una non precisa corrispondenza con ciò che è chiamato ad ospitare, emergendo nella società contemporanea connotata da una forte settorializzazione frutto delle teorie tayloriste, una diversa tendenza la quale è quella di una spinta ricerca tipologica nel campo delle costruzioni. Dimostrazione evidente di tale fatto è la ripetizione da parte delle grandi catene di vendita del medesimo manufatto edilizio che in qualche maniera, è la concretizzazione di una tipologia; addirittura è possibile riconoscere quale sia il marchio dalla stessa organizzazione fisica del magazzino commerciale, senza, cioè, all’estremo, che all’esterno vi sia l’insegna. Spesso si tratta, in verità, di tipi semplici, poco approfonditi, appena più di uno schema organizzativo. Non c’è quasi mai lo sforzo di legare il fabbricato commerciale al contesto in cui è collocato e tale ricorso, per certi versi, esasperato alla tipologia appare una sorta di scorciatoia per evitare l’impegno progettuale.

La giustificazione che si da alla adozione di soluzioni tipologiche non modificabili è che esse ben si combinano con l’apparato tecnologico assai complesso che innerva gli spazi per la vendita, dall’impianto di refrigerazione delle merci a quella di condizionamento per il benessere delle persone ai sistemi antifurto e così via, combinazione che una volta messa a punto non si cambia. L’epoca che viviamo è quella dell’esaltazione della tecnologia la quale domina su tutto. Le tipologie evidentemente sono differenti a seconda che si è di fronte ad un centro commerciale, la taglia più grossa delle strutture per la vendita, oppure ad una delle più minute superfici per il commercio come le boutique. Bisogna considerare, inoltre, per quanto riguarda la variabilità tipologica che essa è soggetta a mutamenti nel tempo, in maniera continua: si pensi al fenomeno recente, per capirci, dell’e-commerce che condiziona, è scontato, la distribuzione interna dei negozi. C’è un ulteriore fattore che condiziona i modi organizzativi di un esercizio commerciale e che porta, in tanti casi, a non consentire l’applicazione di alcuna ricetta tipologica almeno non preconfezionata, il quale è l’inserimento delle attività commerciali dentro altre opere edilizie, di frequente palazzine residenziali, al piano terra; non è un fatto nuovo nella storia quello della convivenza tra abitazioni e negozi, o meglio botteghe dove l’artigiano si preoccupava di produrre il bene e nello stesso tempo di venderlo. Tale duplice caratteristica dei locali artigianali è denunciata dall’affiancamento di porta e finestra il cui davanzale fungeva da banco di vendita (esempi ve ne sono ad Agnone, Trivento, ecc.). Queste case vengono a costituire, a differenza dei volumi abitativi che includono spazi commerciali, delle ben riconoscibili tipologie edilizie ed esse portano nell’urbanistica medioevale alla nascita del «lotto gotico». L’integrazione delle attrezzature commerciali con le altre componenti urbane è un nodo cruciale seppure la localizzazione privilegiata è la periferia. A Campobasso i 2 centri commerciali, l’unico di Isernia, il discount di Boiano stanno in ambiti periferici non tanto perché nella parte centrale della città non vi sono terreni disponibili, ma specialmente perché essi cercano l’isolamento, non colloquiano con l’intorno, si presentano quali organismi chiusi in sé stessi (di qui l’astrattezza dell’impianto tipologico del quale si è parlato assai in precedenza). Essi, ad ogni modo, se rifuggono la collocazione nel centro dell’abitato, nello stesso tempo sono potenzialmente in grado di determinare nuove centralità, dimostrando a volte anche la capacità di innescare un processo di «rigenerazione» delle periferie, le fasce di territorio meno dotate di qualità ambientali. Qualora la predetta operazione non riesca si rischia che l’installazione di strutture commerciali aumenti la compromissione dei luoghi, a causa, in particolare, del traffico che si genera. Si specifica che gli argomenti esposti non esauriscono le tematiche intorno a tali strutture le quali sono un po’ il simbolo della civiltà odierna che è quella del consumismo.


